Howard P. Lovecraft - Colui che scriveva nelle tenebre

1 gennaio 1925, New York. Un uomo segaligno in impermeabile scuro e cappello trascina due pesanti valigie in una strada di Brooklyn, evitando con cura la gente che incrocia sui marciapiedi, soprattutto se si tratta di persone di colore. Scruta nervosamente un foglietto di carta che cava di tasca: “169… Deve essere qui”. Un’anziana un po’ malmessa lo nota mentre guarda disgustato un vecchio homeless che fugge terrorizzato da chissà quale orrenda visione. È la sifilide a far vaneggiare quel poveretto, gli spiega la donna. La sifilide… L’uomo in impermeabile con un brivido ricorda quando era bambino e sentiva sua madre e sua zia parlare di suo padre, reso folle dalla sifilide che del resto lo ha ucciso quando lui aveva solo otto anni. L’anziana lo scuote: è lui quel signor Lovecraft che cerca una camera? “Sua zia mi ha scritto per avvisarmi del suo arrivo”, gli fa, e quando lui sorridendo impacciato conferma di essere proprio lui, la donna lo fa entrare in casa e lo guida al piano di sopra, in una cameretta squallida e disadorna dai muri scrostati. È davvero brutta, ma è l’unica che può permettersi. Con tristezza, disfa le valigie: una è piena solo di libri, diari, fogli di appunti. Alla tremolante luce di una candela, scrive: “Carissima zia, mi creda, sono entusiasta della sistemazione. Le sono grato, ancora una volta”…

La graphic novel scritta dal francese Alex Nikolavitch (al secolo Alexis Racunica) e realizzata dal punto di vista grafico dal team di artisti argentini Gervasio, Carlos Aon e Lara Lee, racconta la vita di Howard P. Lovecraft dal gennaio 1925, mese in cui dovette lasciare la casa di New York occupata con la moglie Sonia H. Greene per trasferirsi in una stanzetta in affitto nella zona più povera di Brooklyn, Red Hook, fino alla morte, nel marzo del 1937, per un tumore allo stomaco – descritta peraltro qui in un’ultima pagina davvero impressionante e straziante. Come felicemente spiega lo sceneggiatore e regista David Camus nella sua prefazione: “Trascendendo le frontiere dello spazio e del tempo grazie alla penna di Alex Nikolavitch e ai disegni di Gervasio, Lovecraft risorge sotto i nostri occhi, con i suoi problemi economici, le fobie e la passione per il gelato, i gatti e la giovinezza”. Il geniale e tormentato creatore del Ciclo di Cthulhu e di tanto altro qui è un misantropo acido e razzista, con improvvisi slanci affettuosi che giustificano la tenera sollecitudine con cui amici e colleghi cercano di aiutarlo anno dopo anno. La scarsa considerazione da parte degli editori (anche se in realtà gli fu offerto il posto di direttore di “Weird Tales” ma Lovecraft rifiutò perché non voleva trasferirsi a Chicago, lasciando il posto a Farnsworth Wright), i guadagni quasi nulli e la feroce delusione della mancata collaborazione con Harry Houdini – con il quale stava scrivendo un libro destinato a sicuro successo proprio quando il celeberrimo illusionista morì tragicamente durante una audace prova di escapismo – distrussero Lovecraft, lo piegarono, lo vinsero: e questa parabola è vividamente raccontata, anche grazie all’amplissimo utilizzo che Nikolavitch fa nei dialoghi e nelle didascalie di brani della sterminata corrispondenza dello scrittore, donando verità e credibilità alla graphic novel.



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