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Maus

Maus
Rego Park, NY, 1958. Il piccolo Artie sta giocando con i suoi amichetti, che però scappano senza aspettarlo nonostante a lui si sia rotto un pattino. Deluso, il bambino corre dal padre, un immigrato polacco, che decide che è giunto il momento di raccontargli la storia della sua vita (“Amici? Tuoi amici? Se tu chiudi loro insieme in stanza senza cibo per una settimana allora sì  scopri cosa è amici”). Molti anni dopo, Artie è un fumettista in cerca della storia giusta per sfondare, e gli torna in mente la drammatica vicenda raccontatagli in quel pomeriggio di lacrime. Suo padre è ormai un anziano cieco da un occhio, fiaccato da due infarti, rancoroso e brontolone. Dopo il suicidio della moglie Anja, la madre di Artie, si è risposato con Mala, una vecchia amica di famiglia, ma le cose non vanno affatto bene tra i due anziani. Mentre pedala sulla sua cyclette, il vecchio Vladek torna alla seconda metà degli anni '30, in Polonia. Allora lui era un giovane commerciante di tessuti a Czestokowa: le ragazze dicevano che somigliava a Rodolfo Valentino e gli correvano dietro, soprattutto una certa Lucia, che lui però giudicava buona solo come amante perché priva di dote. Molto meglio come fidanzata 'seria' Anja, bruttina ma brillante e affettuosa figlia di un ricchissimo industriale di Sosnowiec, che regala a Vladek una piccola fabbrica. Dopo il matrimonio e la nascita del primogenito Richieu nel 1937, Anja viene colpita da una grave forma di depressione post-partum e deve essere ricoverata in una lussuosa clinica cecoslovacca. La Germania ormai è preda del potere nazista, e lo spettro della guerra aleggia sull'Europa, mentre le persecuzioni verso gli ebrei si diffondono come una malattia...
La graphic novel in due parti (una - Mio padre sanguina storia - del 1986, e l'altra – E qui sono cominciati i miei guai – del 1991, ma strisce poi riprese nei volumi sono apparse sulla rivista underground Funny Animals sin dal 1972 e sul magazine RAW dal 1980) di Art Spiegelman è caratterizzata innanzitutto dal fatto che malgrado i tratti autobiografici, l'ambientazione assolutamente realistica e la drammaticità del tema affrontato ha come protagonisti animali antropomorfi. Una scelta che magari oggi può non sembrare poi così rivoluzionaria, ma che più di vent'anni fa – anche a causa della profonda carica simbolica che veicola – ha causato non poche polemiche di ogni segno. Ebrei topi, nazisti gatti, polacchi maiali, francesi rane, zingari falene, inglesi pesci, americani cani e così via: con pochi tratti di matita, pescando nell'immaginario collettivo, l'autore trasmette già un messaggio importante, assegna i ruoli, descrive in modo indelebile i rapporti reciproci, irride gli stereotipi sbattendoli su carta. Alla rilettura allegorica delle vicende storiche che hanno portato all'Olocausto e dell'orrore dei campi di sterminio, Maus affianca una non meno importante vicenda familiare, e riesce ad emozionare parlando di vecchiaia, di rapporti padre-figlio, di matrimonio, di amore sia in generale sia in particolare, a tratti rivestendo un ruolo catartico, da autoanalisi per Spiegelman. Questo aspetto è ancora più evidente nel bruciante “Prigioniero sul pianeta Inferno”, fumetto nel fumetto con il quale il cartoonist newyorchese d'adozione (è nato a Stoccolma nel 1948) elabora la tragica vicenda del suicidio della madre. Mappe, diagrammi, foto reali della famiglia dell'autore fanno da contrappunto a vignette solo apparentemente scarne, a un disegno 'pupazzettistico' ma dotato di una potentissima carica drammatica. Nel 1992 Maus si è aggiudicata – ultimo di innumerevoli riconoscimenti internazionali - il Pulitzer Price Special Award, caso unico nella storia per un fumetto.