Mercedes

L’incipit è un alberello secco che cresce in un deserto, o giù di lì. A sinistra, si leggono diverse battute laconiche, lapidarie: “Ottenebrati dal terrore. Assordati dall’avidità. Chiudemmo le strade. Abbattemmo i ponti. Innalzammo i muri. Persuasi che l’orrore sarebbe rimasto chiuso fuori. Convinti che il mondo fosse nostro. Ignorando il lamento del suolo che, in silenzio, reclamava rispetto mentre ardeva con crescente vigore”. Stacco. Su quel campo deserto, adesso, passa un bambino, un bambino con una maglietta a righe orizzontali; sta tirando una carriola. A un tratto, da dietro l’alberello secco, spunta una pecorella: bela, bela ancora; il piccolo la nota; la pecora bela e sembra sorridere. Il marmocchio la saluta, tutto allegro; la pecorella prende e se ne va. Il marmocchio riprende la sua carriola scricchiolante e ricomincia a camminare nel deserto. Stacco. Interno giorno. Ufficio di un amministratore, di un manager o giù di lì. Caffè bollente sulla scrivania, di fronte al pc; faldoni su faldoni dal contenuto poco chiaro. Il tizio ha l’aria malinconica. A un tratto guarda fuori dalla finestra. S’avvicina alla finestra, si siede a cavalcioni. Un attimo, e poi giù. Il caffè continua a fumare. Stacco. Siamo tornati alla scena iniziale. Scenario desertico, un alberello secco. Un bambino tira la sua carriola nel deserto. Fa un sacco di rumore. Stacco. La scena sembra un ricordo. Interno giorno. Bottega di un vecchio orologiaio. Tic tac tic tac. Il tempo passa. Quanti orologi alla parete! “Come dice, signora?” “Non lo ripari: lo compro così. Mi dica lei il prezzo, ma lo lasci così”. “Questo? Ma è fermo da mesi! Che se ne fa?”. Stacco. Interno giorno. Conferenza stampa. Tutti stanno aspettando qualcuno – qualcosa. Pieno di giornalisti. Pieno di telecamere. La signora è in ritardo. Eccola, appare di spalle. È come se avesse degli interruttori da robot, sulla schiena – non sembrano bottoni, quelli. È rossa, grassa e spigolosa, appariscente e con un’acconciatura tronfia. Mercedes si fa sistemare i capelli, nevrotica. Si guarda intorno, bacchetta i suoi collaboratori, poi fa marcia indietro, niente conferenza, almeno non per adesso. Cinque minuti, deve fare i fatti suoi. La segretaria si sbraccia: “Non può uscire da quella porta! Una volta fuori...”. Mercedes sbotta, secca, “Io!”, “Decido io se e quando oltrepassarla”. Mercedes spalanca la porta. Stacco...

Daniel Cuello, fumettista autodidatta, argentino di nascita ma italiano d’adozione, ha esordito pubblicando la graphic novel Residenza Arcadia, nel 2017; un anno più tardi, è apparsa una raccolta di illustrazioni e vignette piuttosto eterogenea, Guardati dal beluga magico. Mercedes è la sua seconda, ambiziosa graphic novel: quanto ambiziosa? Così: “Mercedes è tutti. L’umanità rinchiusa in una persona sola”, ha raccontato l’artista, presentando l’opera: “Mercedes non è una persona, lei rappresenta qualcosa”: è la donna più potente del mondo, cinica, amorale e arrogante; questa storia è la storia della sua caduta, della sua dannazione. Su “Repubblica”, presentando un’anteprima del libro, hanno glossato: è un’avventura che si tinge di una fuga “non tanto per redenzione, ma per farla franca”. Mercedes, per Cuello “l’essere umano che non può liberarsi dalla sua tendenza a volere tutto”, è una donna in fuga – l’ispirazione venne, all’artista, dall’incontro accidentale con una signora “elegante, con un’acconciatura importante e una valigia accanto, pronta alla fuga”, restituita in una vignetta pubblicata in appendice. Scelta filologicamente apprezzabile. Stando a quanto ha scritto Cecilia Mariani su “Critica Letteraria”, Mercedes va considerata “Come un Atlante – un Atlante un po’ più tarchiato, ingioiellato e in bilico su alti tacchi en pendant – porta sopra le robuste spalle il peso di una serie interminabile di manipolazioni, ricatti, corruzioni e crimini, soprattutto a svantaggio del patrimonio ambientale”. È il capitalismo, a ben guardare: il turbocapitalismo che ha spogliato il mondo, che ha sfregiato la bellezza e inquinato l’ambiente; è l’incarnazione dell’avventurismo senza scrupoli e senza obiettivi diversi dal denaro e dal potere, della connivenza apatica con chiunque possa servire, della distruzione del territorio in nome della speculazione. Veniamo ad altri rilievi. Per Ettore Gabrielli della rivista “Spazio Bianco”, “il segno di Cuello è nervoso, fatto di linee che si sovrappongono, di contorni non del tutto completati, di righe che vanno fuori dal limite anche delle vignette, con un segno volutamente impreciso per essere quanto più immediato e veloce, quasi arrivasse direttamente da un bozzetto al lettore”. Sulla rivista “Bad Taste” hanno aggiunto un’altra osservazione interessante: “La scelta di un personaggio principale in là con gli anni non sorprenderà i lettori abituali di Cuello, ma le rughe dell’arcigna donna sono, in queste pagine, la pura espressione delle sue emozioni e si sposano perfettamente con l’emotività dello sviluppo”. La Mariani, in “Critica Letteraria”, ha osservato, in merito: “Chi ha amato il Daniel Cuello di Indovina che Tiberio viene a cena?, Residenza Arcadia e Guardati dal Beluga magico ne riconoscerà in tutto e per tutto le caratteristiche autoriali a partire dagli aspetti più prettamente ‘retinici’: tratto espressionistico, griglia geometrica regolare e ordinata, atmosfere cinematografiche date dall’alternanza dinamica di dettagli e campi lunghi/lunghissimi, inquadrature dall’alto e dal basso, variazioni talvolta impercettibili tra una vignetta e l’altra come per una resa al millisecondo di evidenze millimetriche”. Personalmente, mi trovavo a esordire (o quasi) come lettore di Cuello; ho preferito quindi, per onestà, lasciare, almeno per stavolta, più ampio spazio alle osservazioni dei suoi cultori e dei suoi aficionado, capaci di riconoscere, sin d’ora e a distanza di così pochi lavori, diversi aspetti fondanti e peculiari della sua poetica, a conferma che ci si trova di fronte a una interessante e probabilmente carismatica figura autoriale. Non condivido, però, gli eccessivi entusiasmi per questo lavoro, che ho trovato, in più di un frangente, “scompensato”: è come se fosse animato da una rabbia e da un risentimento di classe, di fondo, che non sono stati compiutamente estetizzati (ed anestetizzati). Si può essere satirici senza sprofondare nel livore o nella caricatura così grossier. Concludo con un’annotazione a beneficio dei collezionisti: la prima tiratura di questo libro, di cui trecento copie sono state destinate all’edizione Variant, è arricchita da sedici pagine aggiuntive per celebrare il decennale della Bao; tra i contenuti speciali, la storia Breve Ciao, cane.

 


 

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