Munnu - Un ragazzo del Kashmir

Munnu - Un ragazzo del Kashmir

Munnu, lo chiama sua madre. Vuol dire “Il più piccolo” in lingua kashmiri, e in effetti lui è il più piccolo dei fratelli. Il padre è un tranquillo artigiano che intaglia arabeschi su blocchi di legno di noce, ma ogni tanto l’esercito indiano lo porta via per qualche ora in uno dei tanti periodici rastrellamenti. Profilo basso, quello dei genitori di Munnu: meglio stare lontano dai guai, crescere i figli, tenere il conflitto fuori di casa. Munnu, quando torna da scuola, osserva gli strani ghirigori disegnati dal padre sul legno e vorrebbe provare anche lui ad intagliare, ma il legno di noce e gli strumenti da lavoro costano molto e sono preziosi. Munnu, dice il padre, deve prima imparare a disegnare bene su carta e penna, solo dopo potrà aiutare il padre e mettere le mani sul legno. Munnu consuma grandi quantità di fogli e di matite. E così un giorno, dopo aver disegnato sullo zaino di un compagno un AK-47, il kalashnikov che usano i guerriglieri del Kashmir, tutta la classe ne vuole uno disegnato da lui. Il suo destino è segnato, anzi di-segnato. Già a tredici anni, Munnu è vignettista per i principali quotidiani del Kashmir, quel suo paese diviso fra India, Pakistan e Cina e che sogna l’indipendenza. Userà la sua matita e la sua ironia per raccontare il conflitto, per stigmatizzare la violenza e i soprusi dell’esercito indiano, ma anche per smascherare le ipocrisie dei ribelli. Per raccontare com’è la vita sotto la cappa asfissiante del conflitto, dove ogni giorno bisogna fare la conta dei morti, evitare di parlare kashmiri in pubblico, schivare i posti di blocco e i capricci sadici dei soldati…

Nella resa grafica di Malik Sajad, alias Munnu, gli abitanti del Kashmir sono una specie in via d’estinzione. Mentre le uniche figure umane sono gli stranieri - i soldati indiani così come i giornalisti o i cooperanti europei e americani-, i kashmiri sono rappresentati come cervi del Kashmir, una specie fino a poco fa ritenuta estinta. Una scelta grafica felice, che rende il senso dell’assedio che la comunità del Kashmir vive e della violenza che la circonda, fin dalla partizione dell’India britannica nel 1947 che diede vita agli attuali stati di India e Pakistan e divise il Kashmir in due. Malik Sajad riesce, con grande efficacia e sapendo ricorrere a note ironiche e scherzose, a portarci dentro la quotidianità di un conflitto lungo ormai sette decenni e caratterizzato da un’infinità di sofferenze e abusi di diritti umani. Si mette sulla scia del grande fumettista Joe Sacco, più volte menzionato nel libro, e usa il disegno per mostrare dal di dentro le dinamiche del conflitto, raccontare la sua crescita e la sua formazione personale. Sajad racconta in qualche modo la storia del libro che abbiamo fra le mani, ovvero la storia di come un ragazzo del Kashmir sia diventato uno stimato vignettista ed abbia poi scritto un libro per raccontare la sua vita dentro la guerra del Kashmir. Gli accostamenti possono essere molti: oltre già citato Sacco, padre putativo di tutti i fumettisti che raccontano storie legate ai conflitti armati e alle guerre, per il taglio autobiografico si può rimandare senz’altro a Persepolis di Marjane Satrapi (2000).

 


 

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