Percy’s song

Percy’s song

“Bad news, bad news came to me where I sleep Turn, turn, turn again Sayin’ one of your friends is in trouble deep Turn, turn to the rain and the wind Tell me the trouble, tell me once to my ear Turn, turn, turn again Joliet prison and ninety-nine years Turn, turn to the rain and the wind Oh what’s the charge of how this came to be? Turn, turn, turn again Manslaughter in the highest of degrees Turn, turn to the rain and the wind…”. Se ne sta seduto su un prato verde all’ombra di un albero, qualche foglia arrugginita dall’autunno volteggia verso il suolo mentre il vento la fa ondeggiare come un nastro di seta rosa, lungo la riva di un ruscello dai bordi punteggiati di canne, ha dei pantaloni informi, una blusa, un cappello di paglia: suona alla chitarra questa canzone, mentre ha catene di ferro a polsi e caviglie. Quando si sveglia vede accanto a sé una fanciulla, si direbbe una fata, dalle elfiche orecchie a punta: appena lo vede svanisce, piangendo. Lui si chiede cos’abbia, cosa stia succedendo: è in quel momento che un’altra voce l’avverte del fatto che non è più vita quella che si trova di fronte…

Scritta nel 1963 dal Premio Nobel per la letteratura Bob Dylan per il suo terzo album, Percy’s song è la storia, poi ripresa anche da Joan Baez, e che senza dubbio rimanda da subito alla mente accenti dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters e quindi, per gli appassionati del cantautorato italiano, di De André, di un incidente stradale e di un errore giudiziario. Una ballad semplice e magnifica sul tema della morte, della memoria, della speranza. Nel momento in cui si desta Percy non ha reminiscenza alcuna del suo passato, sa solo che si tratta di un passato definito, definitivo e che non potrà in nessun modo più tornare, perché è morto. Ma non ricorda come. Non ricorda perché. È ancora legato alla terra. Ma deve abbandonarla, lasciare quella che sembra essere una vera e propria realtà intermedia e affrontare l’ignoto, probabilmente molto più pacifico. Il graphic novel raffinatissimo di Martina Rossi, caratterizzato da una solida tenuta narrativa e da toni lirici anche nella tavolozza dei colori, pastello, acquerellati, molto delicati, induce il lettore, con il classico espediente che è proprio pure del mito, del teatro e della favola, alla riflessione su argomenti universali senza retorica né enfasi.



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