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Portami via

Portami via
Ruth e Perry sono due fratellastri alle prese con l'adolescenza, che si accingono a scoprire quanto il mondo degli adulti sia 'altro da loro' e a confrontarsi anche con il terrore di perdere il contatto con le cose che, fino ad allora, hanno reso quel mondo sicuro e familiare. Ad accomunarli, oltre alle pareti domestiche, lo stesso disturbo, la schizofrenia; dunque la scoperta di quanto anche il mondo dei loro coetanei non sia esattamente in linea con la loro percezione della 'realtà'. Per Perry c'è un maghetto che si costantemente si impossessa, dettando legge, della sua matita e del suo stare sul foglio. Sciami di insetti (più o meno vivi, non importa), invece, popolano, animano e musicano il mondo di Ruth: un mondo che risponde a leggi aliene, superiori e che, seppure risucchiandola, le permettono di fare ordine tra le infinite frantumazioni del suo io. Un'orchestra di voci, visioni, percezioni è la colonna sonora, visiva, percettiva li accompagna nella loro quotidianità per connotare il disagio psichico che li accomuna, rendendo il ritmo delle loro esistenze simbiotico e protetto al di là di quel muro che li separa dalla normalità. Ognuno troverà più o meno la sua strada: la psichiatria e sei pasticche per avvicinare Ruth al mondo dei sani; foglio e matita iperattiva per Perry; una nonna...
Un frammentato eppure omogeneo susseguirsi di eventi secondo un ritmo ipnotico, a tratti dissonante e vorticoso vi spingerà, privi di fiato, al finale surreale e meraviglioso di Portami via, una storia dark, nera tanto quanto le pagine che intermezzano e chiudono la graphic novel di Nate Powell. Ma a parlare sono i riconoscimenti: Ignatz Award nel 2008 per Portami via come debutto letterario e per Nate Powell come artista; nel 2009 l'Eisner Award come Graphic novel più originale, oltre alle numerose nomination. Al centro della storia l'adolescenza e la schizofrenia corrono - proprio come Ruth e Perry - su due binari paralleli, spartendosi equamente il ruolo di protagoniste, con un preciso compito: narrare lo spaesamento dell'adolescenza con i suoi umori e la sua percezione della realtà, riuscendo a smorzare i toni dell'alienazione propria del disturbo psichico. Powell, con delicata sensibilità, è riuscito a mettersi al servizio della sua personale esperienza sul tema del disturbo psichico e sul mondo che lo circonda, portandoci a volte così vicino ai personaggi da poter stare dentro i loro incubi e percepire le loro distorsioni. Leggendo si resta sempre in equilibrio sulla fune sospesa che lega il segno (nessun grigio, solo bianchi e neri, netti) e la parola, il realismo (dei dialoghi) e i mondi fantastici (ad esempio, la maestria con la quale vengono rappresentati rumori di fondo o la continua sperimentazione nei rapporti tra riquadri e testi all'interno di una tavola) . Il risultato? È una storia magistrale, leggendo la quale si ha la sensazione che ciò che sta accadendo sulla pagina sia tecnicamente complesso da decifrare. Obiettivo centrato per l'autore, che riesce a rappresentare la schizofrenia in parole e immagini senza mai usare elementi che appartengano al linguaggio clinico: voci disturbanti e tempi diluiti sono tutti ingredienti perfetti. Che Powell abbia  familiarità con la musica (la Harlan Records è la sua etichetta discografica ed è membro di diverse punk band) è evidente ed ha un peso (o meglio riesce a toglierlo) nel suo modo di raccontare il disagio mentale. Se c'è una cifra, un ambiente, a cui questo racconto ammicca, non ha nulla a che fare né con il cinema né tanto meno con il teatro, ma trova piuttosto fondamento nel linguaggio proprio della musica, tanto quanto della poesia. Una bella ballata, in un alternarsi di bianchi e neri (con molte pagine su fondo nero o nere e basta), dove l'atmosfera riesce a dare quel giusto ritmo punk proprio tanto dell'adolescenza quanto del disturbo psichico.