S.

S. racconta storie di gioventù, di amore, di guerra, della quotidianità dell’essere padre. A partire dal fumo che in quel momento stava avvolgendo il ponte e dal fatto che cominciavano a spuntare uomini e donne con la testa tutta gonfia e nera… racconta di nuvole di polvere e fumo che avvolgevano la città la quale dopo il bombardamento non si riconosceva più. Ma racconta anche di una gita in barca, perché per S. non c’è niente di meglio dello stare in mare, del silenzio della barca della vela a vento. Suo figlio, invece, soffre di mal di barca, ma solo a vela perché la presenza del motore, di contro, lo aiuta nella concentrazione contro il silenzio della vela che gli fa male allo stomaco. S. a volte sorride e ha molti modi di dire che fanno ridere. Dice: “Fuori del mio culo è fallo”, per indicare ciò che non lo riguarda. Dice “culo” per mandare il prossimo a quel paese e inghiottire qualche rospo. A volte sembra che ridere e far ridere siamo le attività più importanti del mondo, per lui. Quel che S. dice ce lo snocciola suo figlio, inanellando ricordi di stivali usati e cuginanza, storie di guerra, incursioni di soldati tedeschi, rifugi segreti, un cielo pieno di fischi e motori, bombe che cadono e storie di vita comune…

È Gipi, al secolo Gian Alfonso Pacinotti, che attraverso S. elabora il lutto della perdita e narra di un amor che cura, più di ogni cura, quello verso suo padre appena scomparso. Lo fa dosando gli acquerelli, le tinte e le mezzetinte, tra le spirali di una narrazione aperta e circolare, fatta di parole e testi fluidi come le onde del mare. Fluidi come una narrazione emotiva che pur arrivando dritta dalla sintassi dell’inconscio è cristallina, chiara. Gipi elabora un lutto importante, dosando istintivamente le parole e il colore, perché il viaggio diventi un viaggio emotivo. “Non ho mai corretto una cosa in S. Non ho mai riscritto una frase. Non ho mai studiato una frase: è tutto di getto. In S. il ragionamento di base era: “Ho tutto questo amore in corpo basta lasciarlo fluire”, come racconta Gipi in una recente intervista che ci ha concesso. Rileggere S. subito dopo aver letto Momenti straordinari con applausi finti significa aver avuto la possibilità di tracciare una linea di apparente continuità tra due profondi momenti autobiografici della produzione artistica di questo straordinario pluripremiato artista, disegnatore, autore di fumetti, di cortometraggi e lungometraggi. Una linea di apparente continuità che sembra dividere il piano della produzione artistica di Gipi in due semipiani, ciascuno il contesto su cui poggiare due modi complementari di raccontare due diverse elaborazioni di lutto, paterno, prima con S., materno dopo, con Momenti straordinari con applausi finti. Due storie da rileggere in parallelo, in contrappunto. Gipi trova in questa la cifra espressiva di segni e parole immediate, a dare la misura di una vicenda improvvisa, alla quale cercare risposte repentine. Lo fa mettendo Sergio, il padre, nel ruolo di protagonista al centro di una storia onirica fatti di ricordi e quotidianità. L’autore ha lo sguardo dell’adolescenza e sembra elaborare il vissuto di dolore come guardando da fuori lo spazio scenico del ricordo rappresentato nelle tavole. Come fossero cartoline... Ed è l’autore stesso a suggerircelo nel lungo piano sequenza in cui racconta il litigio di S. con il locale campione di pugilato per un tamponamento in auto: “Ora però, mi domando: perché vedo il ricordo da qui? Da questo punto. Non ero in auto? Volavo? Ero uno spirito? O forse, quel giorno, non c’ero?”. Leggere questa storia di Gipi, così come molti dei suoi affacci autobiografici, richiede pazienza, affetto, voglia di sospendere per un attimo la complessa relazione con il resto della vita e dedicarsi al complesso racconto del rapporto d’amore, al racconto immersivo di una perdita.

 

 


 

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