Strangers in paradise – 25 anni dopo

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In metropolitana. Un uomo controlla il suo cellulare e lo rimette in tasca: quando fa per riprenderlo, si accorge che non c’è più. E quando sposta lo sguardo, vede un ragazzino fino a poco prima fuori campo che corre via con il telefono rubato in mano. Cerca di fermarlo urlando, lo insegue, ma inevitabilmente il ladro è più veloce, finché salito ad un piano superiore non getta il cellulare giù oltre la balaustra. L’uomo allora si ferma a guardare sotto, vede una ragazza bionda raccogliere l’oggetto, smontarlo della sua sim e gettare l’involucro ormai inutile a terra. Poi sparisce tra la folla. La scena cambia, e una donna è nel suo appartamento, per terra, a fare stretching. Squilla il telefono, risponde, è il marito, è anche l’uomo a cui hanno rubato il cellulare che la chiama dal suo ufficio. Lui le comunica che deve acquistare un nuovo cellulare, perché al suo è stata rubata la sim. La moglie si irrigidisce: e inizia ad incalzarlo, chiedendo informazioni sempre più dettagliate sulla fisionomia della ragazza bionda artefice del danno. Quando allora sembra aver capito di chi si tratta (bionda, bianca, alta più o meno uno e sessanta, attraente), chiude la telefonata, si alza di scatto, chiude il suo laptop e va in camera da letto. Getta via i vestiti dalla cabina armadio, con un colpo di gambe sfonda la parete, recupera una borsa nascosta. La imbraccia, esce, scappa via…

Se da una parte questi 25 anni sono volati in un attimo, dall’altra sembra un’eternità da quando Strangers in Paradise fece il suo esordio in libreria e nelle edicole: Terry Moore era uno dei pionieri che si avventurava in un mercato labirintico e vertiginoso come quello del fumetto, che proprio nella seconda metà degli anni ’90 vede l’espansione incontrollabile ed incontrollata del fenomeno degli Autori. La Marvel e la DC stavano perdendo progressivamente il controllo totale (mantenuto fino ad allora) dei diritti sui nuovi personaggi ma soprattutto del mercato, con l’arrivo bombastico della Image e appunto di tutti quei nuovi autori che si autoproducevano pubblicando vere e proprie meraviglie. Dave Sim con il suo Cerebus e Jeff Smith con il suo Bone, tra gli altri: e insieme a loro Terry Moore con la storia dell’educazione sentimentale di Francine e Katchoo, amiche per la pelle e anche di più ma ad intermittenza, che lentamente si trasmutava in altro, passando dalle tonalità oscure del thriller a quelle strabordanti del melò. Allora, essere “indipendenti” era davvero un atto folle e coraggioso, e forse oggi si faticherà a comprendere la forza dirompente di un’opera come Strangers in Paradise: ma ciò che emerge inalterata dalle pagine di 25 anni dopo, che riporta i personaggi di Moore ad incrociare le strade e i percorsi di vita, è la capacità dello scrittore di saper emozionare con disegni e parole incredibilmente legati uno all’altro, in una lettura realmente immersiva che segue soltanto le regole non scritte del suo universo autoreferenziale. Se proprio si deve indugiare sul merito, va però detto che il libro non è propriamente un sequel della serie originale: Moore sembra voler prendere i personaggi che lui e il suo pubblico amano e inserirli in una storia congegnata perfettamente, che però del passato prende poco o nulla, comprese quelle ingenuità e quelle asperità che rendevano e rendono Strangers in Paradise quel capolavoro che era e rimane.

 


 

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