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Fumo

Fumo

Una donna vive in una baracca in mezzo a un bosco, vicino a una segheria dismessa. Poco distante, la carcassa di un’auto. La baracca ha una sola stanza, un filo d’acqua esce dal rubinetto e non c’è luce elettrica. Assieme alla donna vive un bambino: non è suo figlio, un giorno si è presentato alla porta, è entrato senza dire una parola e si è seduto al tavolo come fosse la cosa più normale al mondo. Tra lei e il bambino si è creato un legame fatto prevalentemente di silenzi, sono poche le parole che conosce, che pronuncia spesso a bassa voce, ma non ha importanza. Fuori dalla baracca spesso arrivano sciamo di api, inattese. La loro scomparsa era stata predetta, ma evidentemente sono sopravvissute insieme alle poche persone che abitano le rare città nelle valli tra quei monti. Il bambino è terrorizzato dal loro ronzio e ogni volta che si presentano corre a rifugiarsi nel suo giaciglio tappandosi le orecchie. L’orto dà pochi frutti, le provviste trovate nella dispensa all’arrivo della donna sono quasi finite, si cibano di quello che il bosco offre: ghiande, funghi, more quando è stagione, a cui si aggiungono i doni, gallette e cibo in scatola, che un uomo porta loro di tanto in tanto...

Una donna, un bambino e un uomo senza alcun legame sono i protagonisti di questo potente romanzo dello spagnolo José Ovejero, che riesce a restituire l’immensità cupa di una natura selvaggia libera dalla tecnologia e dall’ingombrante presenza umana. La quotidianità, la civiltà per come la conosciamo, il presente in cui viviamo sono fuori da questa storia, ambientata forse in un futuro successivo a un ignoto cataclisma, nel quale i telefoni sono oggetti inservibili e vetusti, dove l’obiettivo è riuscire a non morir di fame, dove è necessario difendersi per proteggere il poco che si ha. Un silenzio pesante ma pensante invade le pagine e la presenza dei personaggi giganteggia nella storia: oltre alla donna e al bambino una natura selvaggia, madre e matrigna che invita col suo esempio a lasciare ciò che si è stati per diventare, forse, chi eravamo. Più selvaggi e primitivi, mossi soltanto da un istinto che per fortuna (?) ancora risiede in noi.