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Fumo sulla città

Fumo sulla città

È il 21 dicembre del 1995 e Taranto è bloccata dalla manifestazione indetta da Giancarlo Cito. È stato appena rimandato a giudizio dal tribunale di Lecce per concorso esterno in associazione mafiosa ma non ha certo intenzione di lasciar cadere quell’accusa senza protestare. E così, il sindaco della città ha indetto una manifestazione a suo sostegno contro “quei comunisti” che hanno ordito il complotto ai suoi danni. Il corteo si snoda lungo il centro della città: il colpo d’occhio è impressionante. Quasi diecimila persone sono scese in piazza a sostegno di Cito. Fiaccole, striscioni, grida. Una “processione” che si discosta da quelle religiose per l’estrema violenza degli slogan urlati a squarciagola, che rivendicano addirittura lo status di mafioso: “se Cito è mafioso, allora siamo tutti mafiosi”… Chiunque si diriga verso Taranto, non può non notare l’immenso stabilimento siderurgico all’ingresso della città. Impressionante per grandezza e produzione, l’ExIlva (come è conosciuta, nonostante sia nata come Italsider e attualmente sia ArcelorMittal) è l’elemento che caratterizza lo skyline della città pugliese: le ciminiere degli alti forni si stagliano contro il blu del mare alle sue spalle, mentre un insieme di strade, binari, cancelli, gru, costruzioni tutti opacizzati da una sottile polvere rossastra. E più ci si avvicina e più la fabbrica diventa grande e imponente: una superficie di oltre duemila ettari, più grande della stessa Taranto, divenuta “un mondo a sé, una città al di là della città: un universo chiuso”…

“Per comprendere la Taranto odierna, quella in cui il nodo salute-lavoro è esploso nel più fragoroso dei modi, trascinando tutti nel vortice, bisogna capire come i vari strati della città (quelli che sovente si nascondono tra di loro) hanno interagito tra di loro. La città posta davanti al tragico dilemma “salute o lavoro” (come se scegliere una delle due fosse la cosa più naturale al mondo) è strettamente legata al suo passato prossimo. […] Nessuna attualità può essere colta senza quei passati”. Ed è questo che compie il compianto Alessandro Leogrande, giornalista e scrittore, nel suo Fumo sulla città, uscito nel 2013 per i tipi di Fandango, quattro anni prima della prematura scomparsa dell’autore: condurre il lettore proprio alla scoperta di quegli strati sui quali si è costruita l’attualità di Taranto. Un fumo che allude a quello prodotto dagli alti forni e della fabbrica, ma anche a quello che amministratori e politica hanno creato per nascondere quello che non andava visto. La lunga amministrazione di Cito, l’impatto della fabbrica sulla vita degli operai, la privatizzazione a opera del Gruppo Riva, la disgregazione della forza del “sindacato operaio”, l’urbanizzazione feroce e scriteriata, il ritorno di Cito, fino ad arrivare allo scoppio della questione ambientale legata all’ExIlva e alla necessità di ripensare una nuova fabbrica in grado di tutelare la salute e il lavoro. Una intensa carrellata in poco più di 260 pagine, che coprono il decennio che va dagli anni Novanta (nel ’93 fu eletto Cito per la prima volta a sindaco di Taranto) fino ai più recenti anni Duemila, fermandosi al 2012/2013 quando la questione ambientale legata alla fabbrica è esplosa in tutta la sua interezza e disperazione. Originario di Taranto e profondo conoscitore delle sue dinamiche, Leogrande ha firmato un reportage nel quale l’importanza è data non nel fornire una risposta, quanto piuttosto nel ricostruire e mettere ordine per capire come si sia giunti alla condizione attuale. Con pacatezza, ma altrettanta fermezza, viene affrontato il tema annoso rappresentato dall’ExIlva, dal punto di vista della salute, dell’ambiente e del lavoro e su come questo sia cambiato in seguito alla privatizzazione del più grande impianto siderurgico europeo. Un libro amaro e che non fa sconti (anche nelle assunzioni di responsabilità di chi avrebbe dovuto o avrebbe potuto far qualcosa) e che è stato spunto, insieme ad altri titoli sull’Italsider, del film vincitore del David di Donatello “Palazzina Laf” di Michele Riondino.