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Fuoco su Babilonia!

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I primi versi del poeta Aldo Nove attingono dalla realtà che conosce bene: quella provincia varesotta, lontana dal sentito dire di altri suoi predecessori. In macchina, come ogni persona intenta a fissare il panorama, osserva i paesini a lui familiari o semplicemente “(…) il panorama frantumarsi / in mille auguste schegge di colore”. Da quei luoghi si allontana con le parole che, soprattutto in forma di prosa, lo rendono famoso e che lo costringono ad un allenamento duro per cercare di allineare frase scritte ai pensieri nella mente. Quella a cui ha dato vita è una vera e propria “palestra di vocali / e consonanti” in cui investire tutto quello che ha pur nell’avvilimento di sapere che forse ciò che crea non sarà ricordato nelle antologie. Rimane solo “spararsi / nell’aldilà le pose, sogghignando”, ma prima amare, se e quando possibile, di un sentimento tenero che va oltre quanto ci si aspetta. Insieme si possono creare molte cose, anche “bellissimi pupazzi, amore mio”, degli enormi pupazzoni che “frequenteranno scuole, impareranno a andare sopra razzi / di luce, verso l’infinito sole / che splende nel futuro, marionette / davvero”…

Questo volume raccoglie in maniera ordinata e cronologica i testi poetici di Aldo Nove scritti più o meno dalla fine degli anni Ottanta alla seconda metà degli anni Novanta, che poi sono gli anni in cui l’autore ha iniziato ad avere una certa fama anche come membro di quella generazione “cannibale” che intendeva sovvertire la cultura letteraria italiana. Scorrendo i versi ci si rende conto di come Nove sia cresciuto, esattamente come la sua voce che si fa a tratti ancora più cinica e disillusa, pronta a raccontare quello che lo circonda anche semplicemente alla televisione. Chi ama lo scrittore Aldo Nove apprezzerà sicuramente anche il poeta, che a volte sembra strizzare l’occhio ai suoi fan, dando loro esattamente quello che si aspettano, ovvero liriche fuori dagli schemi. Versi liberi, a cui spesso si concede di sforare nella prosa, lasciandole tranquillamente il posto, a volte vengono sostituiti da rime ben calibrate in cui si ricordano personaggi e trasmissioni che hanno presenziato quegli anni, da Berlusconi a “Non è la Rai”. Al politico si dedica una supplica fondata sugli ormoni adolescenziali (“O Berlusconi, dio mio, dammi / le 200 cosce dei miei sogni / quotidiani!”), alla striscia quotidiana di balletti firmata Boncompagni un’ode dagli accenti arcaici simil-arcadica (“Questa che architettai fiorita schiera / de’ versi acconci a la maniera antica / il giorno e l’anno in cui sì tanta fica / ristette sullo schermo”). Molto bella l’introduzione del grande poeta scomparso Elio Pagliarani.