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Fuori dal nido dell’aquila

Gli anni Novanta sono appena iniziati, ma già si tirano dietro pericolosi strascichi dal decennio appena concluso. Un decennio, quello degli anni Ottanta, trascorso sul filo di pericolose speculazioni finanziarie, costellato da politiche monetarie sconsiderate. In Albania, un Paese già debole dal punto di vista economico, le speculazioni dei politici scatenano una sorta di guerra civile. Poveri contro poveri, chilometri in bicicletta per procacciarsi un tozzo di pane fresco. Una vita senza prospettive, insomma, votata alla sorda lotta per la sopravvivenza che non risparmia nemmeno i più giovani e indifesi. Non resta che la fuga, dunque. Saltare su un camion insieme a una torma di altri disperati e tentare di varcare il confine con la Grecia. L’Adriatico a bordo di una zattera e l’approdo in Italia sono solo la logica e necessaria conclusione di un calvario dettato dalla disperazione. Ed ecco l’Abruzzo, infine. Una terra sconosciuta, dove non ci sono amici e, i pochi che non ti ignorano, ti guardano con un’espressione che fa sentire a disagio. Passa un vecchio, zoppica appoggiandosi sul bastone, scivola e cade come una pera matura. Il giovane immigrato lo aiuta a rialzarsi, il vecchio lo ringrazia, fanno conoscenza. Ma la nuova amicizia esige il racconto delle traversie appena passate...

Le storie, per quanto passate e già sentite, hanno il difetto di ripetersi e suonare maledettamente attuali. Il passato, insomma, non vuol saperne di estinguersi. Al contrario, si rinnova e si ripresenta in forme e colori diversi ma sempre uguale a se stesso. È il caso del fenomeno delle migrazioni. Quando interi popoli abbandonano la loro terra, si verifica un estremo caso di necessità che finisce per impattare l’intero pianeta e mettere in gioco sentimenti e situazioni estreme, a volte ben oltre il limite che definiamo “umano”. Nel futuro come nel passato, recente o remoto che sia, la migrazione dei popoli è stata e sarà sempre la tematica più importante, il nervo più scoperto, l’intreccio più difficile da districare. Non c’è, infatti, incubo peggiore per noi e il mondo in cui oggi viviamo. Una paura che non è solo paura per l’altro, lo straniero, ma anche (e soprattutto?) paura per noi che nell’altro ci specchiamo: il presente del migrante è forse il nostro futuro. Da qui la spontanea ritrosia davanti a questo fenomeno, il fastidio che ci può procurare la lettura di questa storia. Un’opera prima, questa di Shefir Troka, ricca di ingenuità e qualche difetto. Come è giusto che sia per un esordio letterario, d’altra parte. La trama si contorce e si lascia distrarre da continue deviazioni retoriche, una maggiore padronanza dell’intreccio avrebbe giovato al romanzo. Nonostante il linguaggio controllato, qualche eccesso retorico di troppo sfugge alla penna di Troka intorbidando una lettura altrimenti piacevole e ricca di pathos. Insomma, tipico di un esordio che si rispetti, il romanzo difetta per eccesso ma tiene. La vena narrativa è intensa, si insinua nel lettore e smuove le sue paure nascoste. Al netto dei suddetti eccessi, il linguaggio è diretto e sorvegliato; procede evocando immagini, sensazioni più o meno gradevoli, soprattutto evita le fredde descrizioni. Un inizio tutto sommato positivo e incoraggiante.