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Gabriella Ferri la voce di Roma

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Alla domanda se fosse mai stata felice, Gabriella Ferri rispondeva sempre che lo era stata quando era nato suo figlio. Quindi? Una volta. Come a dire “tutte le altre, no”. Inquieta, dolce nello sguardo, a tratti munita dell’aggressività dei fragili, sofferta e scanzonata, Gabriella Ferri ben rappresentava quell’aspetto della romanità che si incarna in una scettica corazza messa a protezione della sensibilità dolente già tante volte ferita. Scontato ma calzante il parallelismo con Anna Magnani, altra monumentale fortezza graffiata da lacrime mai ostentate. Gabriella nasce nel ’42 nel cuore di Testaccio, il Rione del Mattatoio Comunale o meglio, come si dice a Roma, “L’Ammazzatóra”. A fianco all’Ammazzatóra, il Monte de’ Cocci: una collina di una quarantina di metri formata dalle anfore accumulate del porto fluviale del Tevere: una discarica d’epoca augustea. È qui che Gabriella ha il suo primo rapporto sessuale con Er Zelletta, personaggio che anni appresso troveremo in una sua canzone. Questo ovviamente lontano dagli occhi dell’amato padre Vittorio, quell’uomo che lei vede bello come un principe e del quale cercherà sempre l’approvazione, sentendosi abbandonata e ferita ogni volta che lui, venditore ambulante, cede a qualche scappatella che invece la moglie Lucia, madre di Gabriella, puntualmente perdona. E Vittorio scribacchia pure versi: sarà una grande soddisfazione quando nel 1969 Gabriella porterà a Sanremo la canzone Se tu ragazzo mio scritta assieme al padre. Eliminata al primo turno, piangerà disperata, per sé e per quel ragazzino cieco di appena 18 anni che aveva partecipato al Festival in abbinata con lei e che le ha anche suonato l’armonica nascosto in quinta, visto che un’armonicista non c’era in orchestra: quel ragazzino cieco si chiamava Stevie Wonder…

Una biografia, la storia di una vita, il racconto di un pezzo di storia d’Italia, uno sguardo approfondito sulla cultura di massa di un periodo che va dal Dopoguerra agli anni ‘70, uno scorcio di Roma… Senza cedere a toni elegiaci, senza dipingere un santino dai colori attenuati, senza cadere negli eccessi del “rivalutazionismo” a volte esagerato cui spesso assistiamo, Valeria Arnaldi riesce a comporre un bel libro riuscendo a dare colore autentico e caldo alla freddezza che talvolta una biografia ben documentata come questa rischia di sprigionare. Ci riesce dando mordente senza franare mai nel romanzato. Gran lavoro di ricerca con solo piccole e sporadiche disattenzioni: perché definire Gabriella Ferri “ragazza di borgata” quando Testaccio, dove la Ferri è nata e cresciuta, è un Rione all’interno delle mura Aureliane? Altra cosetta: il brano Sinnò me mòro (e non Si no me moro, attenzione alla corretta grafia romana anche all’interno dei versi, “Statte zitto su ‘sto còre”, non “Statte zitto su sto cuore”; per le regole di trascrizione cfr. G.G. Belli-Tutti i sonetti romaneschi a cura di Bruno Cagli - Avanzini e Torraca editori, 1964) non è un “inedito” quando, precedentemente inciso dalla Ferri nel ’63, viene incluso nell’album Roma canta del ’69. Sinnò me mòro era stato precedentemente inciso nel ’59 dal Maestro, nonché autore del brano, Carlo Rustichelli, che aveva scelto come voce quella della propria figlia allora sedicenne: Alida Chelli (futura attrice e cantante, moglie di Walter Chiari e mamma di Simone Annicchiarico). Il brano era nientemeno che la sigla di Un maledetto imbroglio, film di Pietro Germi, rielaborazione di Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana di Carlo Emilio Gadda. Chi ha ricordi televisivi ben ancorati agli anni ’70 non potrà dimenticare quell’aura inquietante che circondava Gabriella Ferri: era riuscita a trasformare una canzone da burletta corale come Dove sta Zazà? (titolo dell’omonimo programma televisivo di Varietà del ’73) in un dramma solitario vissuto in mezzo a una folla festante e indifferente. Con la sua faccia truccata da clown sinistro e triste cantava la sigla finale Sempre. E che dire dello scenario desolante della Tangenziale Est ancora in costruzione sopra la Prenestina che la vedeva vagare in una Roma non certo da cartolina? Non era tecnicamente parlando una grandissima cantante e molti trovavano fastidioso il ricorso alla rocaggine talvolta forzata con la laringe e non con le corde vocali. Interprete e maschera sì, lo era. Non eseguiva, era. “Il mio contatto con la gente scatta quando mi do completamente, perché se non lo facessi sarei la peggior cantante del mondo”. E cosa cantava? “Ognuno ha tanta storia / Tante facce nella memoria / Tanto di tutto tanto di niente / Le parole di tanta gente / Tanto buio, tanto colore / Tanta noia, tanto amore / Tante sciocchezze, tante passioni / Tanto silenzio, tante canzoni”.