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Galatea

galatea

“Com’è pallida”, le dice l’infermiera. ““Il mio colorito è questo” ho detto io. Perché una volta ero di pietra””. L’infermiera le sorride e le tira su la coperta; lei pensa che suo marito “l’aveva avvertita che ero un po’ estrosa, che la malattia mi portava a dire cose che le sarebbero sembrate bizzarre”. Ma è davvero malata? Lui l’ha portata in quella clinica un anno prima, dopo che lei ha provato a scappare con la loro figlia Pafo. In quel luogo la controllano di continuo, talvolta le fanno bere un tè che però la fa star male. Glielo danno quando lei non vuole stare a letto sdraiata, si avvicina alla finestra della stanza della clinica sul ciglio roccioso della scogliera a picco sul mare e dice che vorrebbe tanto fare una passeggiata. Suo marito va spesso a trovarla. In quelle occasioni chiude la porta dietro di sé dopo aver dato denaro alle infermiere perché non li disturbino e le si avvicina mentre lei – ormai lo sa bene cosa deve fare – resta immobile fino a che lui sussurra “Ah, la mia bella è addormentata”. Poi le si inginocchia accanto e prega la dea perché renda viva quella bellezza marmorea. È così che è andata quando “è nata”; dopo, tutti hanno voluto che lui scolpisse altre fanciulle e allora lui è diventato ricco. Ma nessun’altra ha preso vita perché, dice lui, “Questa gente non è degna del dono della dea”. Quando il marito va a trovarla in ospedale, lei deve fingere di essere una statua e poi prendere vita mentre lui mormora sulle sue labbra “Oh, vivi, vita mia, amore mio, vivi”. Lei allora apre gli occhi “e poi lui mi scopa”. Durante le sue visite, come sempre, lei vorrebbe parlare un po’ con lui; lui, come sempre, è frettoloso. Ma quella volta lei riesce a farsi raccontare che sta lavorando alla statua di una fanciulla giovanissima, persino più piccola della loro Pafo che ora ha dieci anni. È dopo questo episodio che qualcosa scatta in lei. Ora la sua mente è lucida, soprattutto dopo che il corpo si è liberato del tè e dei suoi effetti; ora sa bene cosa dirà a suo marito quando andrà a trovarla di nuovo. Stavolta lei non si farà trovare sdraiata…

Dopo i clamorosi successi degli ultimi mesi de La canzone di Achille e Circe – a diversi anni dalla prima uscita e grazie alle ormai note vicende legate ad un social usato dai più giovani -, esce questo racconto di Madeline Miller, splendidamente illustrato da Ambra Garlaschelli nell’edizione italiana; in realtà pare che risalga al 2013 e che sia la prima pubblicazione della scrittrice americana, in patria allegata come racconto ai due romanzi ma in Italia arrivata soltanto nel 2021. Anche in questo caso, si tratta di un mito noto, quello che racconta di come Pigmalione “si innamorò di Afrodite e, non potendo giacersi con lei, fece una statua d’avorio a somiglianza della dea e la pose nel suo letto, implorandone la pietà. Entrata nel simulacro, Afrodite gli diede vita e lo trasformò in Galatea, che generò a Pigmalione Pafo” (cit. da I miti greci, Robert Graves, Longanesi & C. 1983). E anche questa volta, l’autrice rielabora il mito e lo rilegge in chiave moderna, narrando con voce poetica tragica e seducente un amore che è possesso, ossessione e gelosia asfissiante dal quale una donna decide di liberarsi, rivendicando, a suo modo, la sua libertà. Quello che il marito ama è la bellezza che è stato capace di creare e ciò che lo eccita davvero è l’illusione di renderla viva nel momento in cui la possiede, quindi la sottomissione che può imporle. L’uomo, cioè, accecato dalla brama di possesso della bellezza perfetta, ama in fondo semplicemente se stesso. Quando l’obbedienza cieca, l’umiltà e la devozione che pretende in cambio dalla donna che lui ha plasmato – letteralmente – secondo i suoi desideri si incrinano, la rinchiude dove possa essere controllata meglio, ma lei, nonostante ami suo marito, sceglie di sfuggirgli, anche per amore di sua figlia Pafo che sente essere in pericolo e a cui lascia in eredità un segno che le parli di libertà. Un racconto di sottomissione e ribellione, poetico e potente, pieno di grazia e di forza, vagamente inquietante, nel quale Galatea non solo narra la sua storia in prima persona – quindi in una nuova prospettiva ribaltata – ma si sceglie addirittura il destino. La storia di Galatea e Pigmalione, che ha lasciato tracce nel tempo dalle Metamorfosi di Ovidio passando per William Shakespeare, Johann Wolfgang von Goethe, Jean-Jacques Rousseau, George Bernard Shaw e altri ancora, acquista una dimensione nuova con Madeline Miller, tipicamente atemporale e sospesa tra reale e irreale, tra mito e realtà, in un racconto scarno senza luoghi definiti e pochissimi nomi. Sarebbe una storia fin troppo breve, benché intensa, per una pubblicazione a sé ma l’edizione Sonzogno con copertina rigida acquista senso ed è molto bella e raffinata grazie alle trentaquattro tavole delicate e struggenti di Ambra Garlaschelli, classe 1987, illustratrice, graphic designer, insegnante di incisione e tecniche di stampa. Proprio le illustrazioni, tutte in chiaroscuro sfumato nelle gradazioni di grigio e di rosa, a rendere la levigata perfezione della statua viva, fanno di questo piccolo volume – che non riporta nemmeno la numerazione delle pagine, come fosse un unico delicato affresco fatto di disegni ombre e parole – un oggetto prezioso per chiunque ami i libri anche come oggetto da collezione e di cui godere pure con la vista.