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Gente nel tempo

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In una rovente domenica di agosto del 1900 muore la Gran Vecchia, autoritaria capostipite della famiglia Medici. Ha disposto ogni cosa e si prepara ad affrontare la morte con lo stesso atteggiamento pratico e severo che ha tenuto in vita. Notaio, medico e sacerdote sono stati convocati al suo capezzale – “perché quando uno muore è l’uso che ci siano” ha esordito la Gran Vecchia – e siedono intimoriti in un angolo della stanza. Infine, viene fatta entrare la famiglia: il figlio Silvano, la nuora Vittoria e le nipoti Dirce e Nora. Dopo averli apostrofati come dei buoni a nulla, la matriarca annuncia che la stirpe terminerà con lei e “del resto, nessuno di voi morirà vecchio”. Nelle prime ore del mattino la Gran Vecchia si spegne e per i familiari comincia una nuova vita. Silvano, libero dal regime dispotico della madre, si ripromette di prendere in mano il proprio destino. Nella sua mente, però, riecheggia l’eco sinistra della sentenza pronunciata dalla Gran Vecchia sul letto di morte: “Cosa significa morire vecchio?”, si chiede. Cinque anni dopo, Silvano viene stroncato da un colpo improvviso, con il volto della Gran Vecchia che lampeggia tra i suoi ultimi pensieri. È la prima delle inspiegabili morti che si susseguono ogni cinque anni nella famiglia Medici, facendo nascere in paese la leggenda sul crudele destino che li perseguita…

La definizione di realismo magico, genere di cui Massimo Bontempelli è considerato il massimo esponente italiano, è sfuggente. In molti negano persino che esista, trovando impossibile includere in uno stesso genere opere come Cent’anni di solitudine di Marquez e Finzioni di Borges. Nella sua essenza, richiede l’innesto di un elemento soprannaturale o inspiegabile in un contesto altrimenti verosimile. In Gente nel tempo questo ingrediente magico è la misteriosa regolarità con cui i discendenti della Gran Vecchia passano a miglior vita. Un pretesto narrativo che, in primo luogo, innesca una suspence degna di un romanzo noir. La lettura è affrettata dalla domanda incalzante: “chi sarà il prossimo?”, come nel capolavoro di Agatha Christie Dieci piccoli indiani, con la diabolica differenza che in questo caso non c’è nessun assassino. In secondo luogo, permette di esplorare temi filosofici universali e terrificanti, primo fra tutti l’atteggiamento dell’uomo di fronte alla morte. L’autore, infatti, costruisce un teatro dell’assurdo in cui il cerchio fatale si stringe sempre di più intorno ai protagonisti, facendoli precipitare in una spirale di solitudine, disperazione e follia che li rivela in tutta la loro umanità. “Non importa morire”, scrive Bontempelli, “importa non sapere quando”. Sarebbe un errore, tuttavia, immaginare una narrazione opprimente e lugubre: l’oscurità della trama è bilanciata da uno stile unico che alterna passaggi di esilarante ironia - come la magistrale scena di apertura - ad altri di grande lirismo, in cui un sapiente uso della metafora fa scattare cortocircuiti inaspettati: ad esempio, marito è “una parola tropicale” per le ragazze che studiano in convento; un consiglio viene “ritrovato sotto il guanciale la mattina dopo come se ci avesse pensato tutta la notte”. Gente nel tempo, ripubblicato grazie al raffinato lavoro di Utopia, è un’opera che lascia il lettore indifeso di fronte a interrogativi inquietanti ma, al contempo, affascinato dalla maestria con cui Bontempelli ha spinto la letteratura ai confini del reale.