Salta al contenuto principale

Geografia di un dolore perfetto

geografiadoloreperfetto

Finalmente Pietro ce l’ha fatta! È riuscito a ritagliarsi tempo e spazio per una vacanza in Croazia, con la moglie e il figlio, in uno di quei villaggi vacanze per famiglie con tanto di servizio di baby-sitting totale: consegni tuo figlio a un gruppo di ragazzi che si occupano di lui e tu, nel frattempo, riesci a fare cose cui da anni sognavi di poterti occupare, ma non ti era possibile. Proprio così. Magari riesci a leggere un libro senza venire continuamente interrotto; oppure puoi concederti una lunga nuotata in acqua o anche cominciare una conversazione con qualcuno e portarla a termine. Ecco. Pietro si trova esattamente in questa condizione: uno scampolo di pace insperato ma desiderato da un sacco di tempo. Tanto che prova un sentimento di profonda gratitudine nei confronti di Pino, la mascotte dell’albergo il cui compito principale è quello di sfinire i giovani pargoli. Questa sera, tuttavia, Pietro, che si trova in mezzo alla folla dei genitori in piedi intorno alla pista su cui i piccoli si scatenano, non scatta foto, non beve sangria o mojito, non applaude le performance dei ragazzini. No. Se ne sta lì dritto impalato e piange. E non si tratta di lacrime di gioia o commozione. Piange, perché ha appena ricevuto una videochiamata da Paco, che non vede da undici anni e che per lui è stato importante come un padre. Con una maschera d’ossigeno sul volto, da un letto d’ospedale di Tenerife, l’uomo gli ha rivelato di essere vicino alla morte e lo ha invitato a raggiungerlo, prima che sia troppo tardi. Pietro si accinge quindi a prenotare i biglietti per il volo che lo condurrà al capezzale di Paco. Ma c’è un inghippo ingombrante come la più alta delle montagne da scalare. Si chiama Nando Venti ed è suo padre. Con il tempismo che da sempre lo caratterizza, l’uomo è al telefono con il figlio proprio in questo momento e insiste per fargli da accompagnatore. Pietro ha accampato la scusa di un viaggio improvviso per questioni lavorative, non meglio precisate, e ha già più volte sottolineato di non avere tempo da dedicargli, ma l’altro non pare intenzionato a demordere. Cocciuto come pochi. Ecco una delle ragioni per cui Pietro con suo padre non è mai andato d’accordo. L’altra ragione fondamentale è che Nando, bello come il sole, se ne va di casa quando Pietro frequenta la terza elementare e decide di tornare quando lui, a quattordici anni compiuti, non riesce più a chiamarlo papà, ma solo Nando…

Pietro e la spezzanza, quella strana sensazione di essere a metà, spezzati in due parti che faticano a trovare l’incastro perfetto per tornare a formare un intero. Strano sentirsi così quando si ha tutto: una vita professionale splendida, una moglie affascinante e un figlio in salute. Ma, oltre la facciata, ci sono piccole crepe, che una telefonata improvvisa finisce per terremotare e allargare, fino a renderle canyon attraverso cui filtra un dolore antico, nato magari da un rapporto complesso con il genitore, il padre nello specifico. Nando si è allontanato da casa quando Pietro era un bambino: ha tolto il mantello da supereroe e ha vestito panni più dimessi, quelli dell’uomo comune che sbaglia, cade, si ferisce e – inconsapevolmente o no – ferisce proprio colui che dovrebbe invece proteggere: il figlio. Quando, a proposito, si smette di essere figli? Ecco l’interrogativo cui Pietro cerca di dare risposta durante un viaggio inatteso, che lo porta a confrontarsi con il suo passato, con la parte più nascosta del proprio dolore e con la consapevolezza che, solo indagando nel cuore pulsante di sé, può sciogliere i nodi che lo intrappolano e sanare le proprie ferite. Enrico Galiano –insegnante in una scuola di periferia, creatore della webserie Cose da prof e del movimento dei #poeteppisti, flashmob di studenti che imbrattano le città di poesie, inserito nel 2015 nella lista del cento migliori insegnanti d’Italia – offre al giovane lettore una storia che racconta l’amore che si cela al di là del dolore, la speranza che si coglie oltre la paura, la vera essenza nascosta all’interno del ruolo specifico che a ciascuno di noi la vita assegna. Una lettura coinvolgente e intensa, consigliata ai ragazzi e ai genitori; un linguaggio che si fa a tratti poesia e veicola una storia universale, fatta di ombre e luci, disperazione e speranza; un racconto che ci ricorda che, quando non ci sentiamo a nostro agio e pensiamo di essere finiti nel posto sbagliato, forse è sufficiente lasciarsi andare e abbracciare il cambiamento, per tornare a respirare una nuova armonia.