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Geografie del collasso

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“Lucia e Claudio, nel 2060 io non ci sarò più e voi avrete più o meno l’età che ho adesso. Non ho idea di come sarà il mondo in cui vivrete, ma molti indizi mi dicono che quando guarderete indietro alla vostra infanzia adolescenza vedrete una parentesi storica così lontana quanto lo sono per me la Rivoluzione Francese o la Grande Guerra, con la differenza che voi, in quel passato remoto, ci avrete vissuto davvero, e tutto vi sembrerà un po’ assurdo”. Antropocene è un “concetto valigia”: vasto, complesso, multidisciplinare. Il termine venne coniato negli anni Ottanta del secolo scorso, al fine di individuare una nuova era geologica, iniziata con la prima rivoluzione industriale. Antropocene individua il periodo nel quale l’uomo ha acquisito l’attitudine demiurgica a ri-plasmare e trasformare la realtà circostante, ma, al contempo, corre il rischio di mettere a repentaglio la propria esistenza ed il mondo da cui è ospitato. Ci è andato vicino con la bomba atomica, mentre ora la crisi ambientale sembra essere la più probabile causa del futuro collasso. La crisi pandemica ad opera del virus COVID-19 – alla quale sono seguite crisi politiche, sociali, economiche ed istituzionali – ha permesso ai più scettici di noi di rendersi conto dell’esito catastrofico della crisi climatica, e, più in generale di antropocene. Acquisire coscienza del problema – sebbene questo passo non sia stato compiuto da tutti poiché permane un’affiatata minoranza di negazionisti – è il presupposto della risoluzione del problema stesso. Ora cosa dovremmo fare? Attendere la fine quietati dal consumismo anestetizzante, sedati da stolidi contenuti web in grado di dispensarci dalla fatica, dal trauma conseguente alla consapevolezza dello “stiamo rischiando grosso”?

In Geografie del collasso: 9 parole chiave per capire l’Antropocene, Matteo Meschiari applica le sue competenze di antropologo, geografo e scrittore allo studio delle dinamiche culturali dell’Antropocene. È il multidisciplinare punto di vista che l’autore imprime all’opera a rendere quest’ultima una vera perla che, saltando scientemente da un campo all’altro, tenta un approccio globale ed analitico all’iper-oggetto Antropocene. La multidisciplinarietà inoltre, va a costituire il cuore pulsante di quello che l’autore definisce “metodo Antropocene” del quale si propone una sintesi nel primo capitolo del libro: “un modo per sintonizzarsi sul presente cercando paradigmi percettivi diversi e inventando esercizi cognitivi nuovi, per guardare nella nebbia che viene”. Geografie del collasso infatti non si limita a diagnosticare il problema, ma abbozza un possibile percorso attraverso il quale svicolare, deviare il destino dell’umanità da un collasso forse inevitabile. Un progetto ambiziosissimo condensato in un agile pamphlet suddiviso in nove sezioni, “nove parole chiave […] per cartografare la geografia del collasso che abbiamo scatenato”. Ovviamente l’autore non nutre la pretesa di essere esaustivo, si limita a tracciare i primi passi di un percorso che il lettore è chiamato a proseguire da sé. Il libro può essere letto come il manifesto di una rivoluzione culturale, un rovesciamento di prospettive, un ribaltamento di “mindset” necessario al fine di emergere dal piattume intellettuale oggi dominante: Geografie del collasso ci invita a svecchiare la nostra forma mentis, aprirci all’immaginazione, ripensare il presente partendo dal futuro. “Anti-intuitivo, certo, ma è l’unica possibilità per lasciare aperta una possibilità”.