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Giallo e Gastronomia: Maigret, il più grande investigatore-buongustaio - Prima parte

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Se ci sono due temi mediaticamente abusati sono la cucina e i romanzi noir, gialli e polizieschi. L’inserimento prepotente e talora forzato della cucina nelle trame a carattere di detection è ormai fin troppo scontato che ci sarebbe da dire basta. Ma da dove nasce questa tendenza? Se c’è da riconoscere il merito dell’introduzione di questo binomio ad Agatha Christie con il suo goloso personaggio, Hercule Poirot, c’è anche da dire che il consolidamento di questo obbligato si sviluppa a seguito della concatenazione di tre citazioni e omaggi di rimando tra tre autori di larga fama che si sono succeduti nella letteratura investigativa: Simenon, Montalbán e Camilleri.



Ma facciamo un passo indietro: se Sherlock Holmes è completamente disinteressato al cibo, preso da un approccio di totale scientificità alle cose, in chiave mirata unicamente alle indagini – ricordiamo che Sherlock Holmes ignora che la Terra gira attorno al Sole perché non è un’informazione utile alle investigazioni ma in compenso conosce quaranta differenti tipi di tracce che lasciano i vari tabacchi da pipa e usa cocaina per essere più efficiente –, Poirot, nonostante le sue divagazioni gastronomiche, rappresenta una continuità psicologica col suo predecessore del 221/B di Baker Street. Il Poirot della Christie è infatti connotato da una pignoleria quasi fastidiosa che si riflette nella puntigliosità con la quale analizza tanto la scena del crimine quanto l’esecuzione delle ricette. Poirot vive un godimento del cibo ai limiti di un approccio di tipo Asperger. Ha gusti infantili: ama soprattutto i dolci, la cioccolata e il tè. Ed è pressoché astemio.

Maigret è invece quantomeno quello che si direbbe un “forte bevitore” e ha gusti borghesi. Se Poirot ama le raffinatezze di quella che allora era la cucina internazionale degli hotel di alto livello, Maigret ama la cucina campagnola, regionale, tradizionale e casalinga. Veniamo ai rimandi gastronomici che si sono vicendevolmente amplificati come un’eco incrociato nella concatenazione Simenon-Montalbàn-Camilleri. Georges Simenon crea il suo investigatore borghese, bevitore dai gusti robusti, quasi a fare da contraltare al già citato predecessore Poirot. Nel 1972 (Maigret è ancora attivo), un catalano di nome Manuel Vázquez Montalbán, grande gastronomo e buongustaio, decide di fare un omaggio a Simenon e traslare alcune propensioni caratteriali del francese nel suo protagonista: l’investigatore privato Pepe Carvalho. È in omaggio a Montalbán che nel 1994 Andrea Camilleri crea il suo Salvo Montalbano, declinando la passione gastronomica catalana alla Sicilia. Che i rimandi siano incrociati è evidente nella frase contenuta ne Il cane di terracotta di Camilleri: “Pensò che in fatto di gusti egli era più vicino a Maigret che a Pepe Carvalho (…)”. Omaggio a Montalbàn ma gusti alla Maigret.

Tre scrittori di larga diffusione sanciscono il binomio investigazione-gastronomia e, dalla metà degli anni Novanta, il filone esplode. Segue infatti nel 1995 il greco Petros Markaris col suo Kostas Charitos, commissario di polizia ad Atene con moglie cuoca provetta mentre incalza Jean-Claude Izzo col suo ex poliziotto Fabio Montale e la cucina ligure-provenzale. Dopodiché parte l’inflazione del genere, dalla quale resta esente – per fortuna - il giallo scandinavo che, tra aringhe in agrodolce, salmone con aneto e panna acida, polpette di cervo con salsa di mirtilli, Snaps, birre secche e Akvavit varie, probabilmente esaurirebbe il tema ricette e alcolici in mezza pagina. Il Mediterraneo sostanzialmente monopolizza il binomio, nonostante il lancio sia avvenuto in Belgio (Simenon è belga come Poirot), e un personaggio dell’Allier come Maigret che vive a Parigi, non sia propriamente mediterraneo.

La cautela adoperata dagli scandinavi nell’astenersi da lanci improvvidi nella gastronomia non è stata compresa dagli anglosassoni che, zucconi come sono, hanno provato e stanno provando a cavalcare l’onda. Possono vantare come unico precedente quello di Nero Wolfe, nato nel 1934 dalla penna di Rex Stout. Ma Nero Wolfe – che peraltro è montenegrino - ha un approccio al cibo che è quasi la fotocopia di quello di Poirot: maniacale, perfezionista come di fatto l’investigatore dimostra di essere in ogni campo, dal giardinaggio a tutto il resto. Un vezzo, niente di profondamente emblematico. Per quanto riguarda il tentativo di cavalcare l’onda, finora gli anglosassoni hanno prodotto esiti ridicoli. Addirittura uno scrittore di qualità come Don Winslow ha preteso di dimostrare di avere competenza nella cucina europea facendo la figura del bambino che conta gli spiccioli messi da parte e con 6,10 euro è ingenuamente convinto di potersi comprare una bicicletta. Fa quasi tenerezza quando ne Il confine si lancia nella descrizione di un “vero” pasto italiano, col solo scopo di sfoggiare la sua presunta conoscenza: “Fettuccini” con le vongole, calamari ripieni di Parmigiano Reggiano con “contorno” (?) di prosciutto di Parma. Magnateli te… Il tutto ovviamente bevendo Chianti nel fiasco impagliato che tanto piace a inglesi e americani che non hanno mai capito che quella forma “molto pittoresca” serviva ad incastrare i fiaschi negli imballi e che la paglia serviva ad evitare la rottura nel contatto tra bottiglie. C’è poi un’altra scena nella quale la coppia protagonista di Winslow si concede una cena in un ristorante francese: filetto e patate fritte. Che fantasia. Da notare che gli americani associano le patate fritte alla Francia chiamandole French fries. In realtà le vere patate fritte – passate due volte nel grasso di bue, questo il metodo originale -, le più buone del mondo, sono belghe. Come Poirot e Simenon. Creatore del francese, lui sì, Maigret. Che rappresenta, ancora insuperato, il miglior investigatore buongustaio e bevitore di tutti i tempi. Perché?



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