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Giallo e Gastronomia: Maigret, il più grande investigatore-buongustaio - Seconda parte

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Nella prima parte ci si chiedeva perché Maigret rappresenti, ancora insuperato, il miglior investigatore buongustaio e bevitore di tutti i tempi. La prima ragione è molto semplice: perché “magna e se sta zitto”. Ovvero, il Commissario della Giudiziaria nasce quando la moda gastronomica non è ancora scoppiata, per cui l’autore non si lancia in descrizioni minuziose che poco appassionerebbero Maigret stesso, che della cucina e del bar è solo il consumatore finale. Il Commissario non è affatto intransigente in fatto di gusti, ha i suoi piatti preferiti ma è adattabile e mangia di tutto anche se gradisce poco la torta di riso della sua amica Sig.ra Pardon (maledirà sé stesso per averle fatto i complimenti per quel dolce che detesta e che la Sig.ra Pardon continuerà a propinargli con aria complice).



In tutti gli autori che seguiranno, quello della gastronomia diventa un esercizio di stile, con Simenon è invece materia letteraria. Presto detto: perché Pepe Carvalho, Salvo Montalbano e Fabio Montale sono così legati carnalmente al mangiare? Non è dato sapere. Perché invece Maigret lo sia e perché abbia determinati gusti è perfettamente spiegato dalle sue vicende costitutive, dalla psicologia che determina i suoi desideri inconsci e dalle sue attitudini. Partiamo dal fatto che nasce nell’Allier, Centro di Francia, zona di cucina meravigliosamente contadina, robusta come lui. Jules-Joseph Anthelme Maigret cresce nella tenuta dei conti di Saint-Fiacre dei quali suo padre è integerrimo amministratore e suo nonno è stato fattore di una delle 26 fattorie del fondo. Sua madre Hernance, figlia del droghiere (alimentari) del paese, muore quando Jules ha otto anni. Hernance, in attesa del secondo figlio, perde la vita a causa delle cure maldestre di un medico di campagna ubriaco. Qui già si spiegano tante cose: l’oralità del personaggio che, o beve, o mangia o fuma la pipa, ha sempre qualcosa in bocca… Un richiamo all’oralità infantile che lo lega alla propria madre. Non è roba da poco. Spiega perché Jules avrebbe voluto fare il medico. Spiega perché ha la necessità di non farsi spaventare dall’alcol e di usarlo a proprio piacimento, di controllarlo, di portarsi al limite. Le ristrettezze economiche sopraggiunte lo costringeranno ad abbandonare gli studi di medicina e fare il concorso in polizia. Lui affronterà il suo ruolo con l’intento di fare “l’aggiustatore di destini”, un pensiero questo che, guarda caso, aveva sviluppato da piccolo, dopo la morte della madre. Ma non lo dirà mai a nessuno.

Queste condizioni di partenza spiegano anche perché il futuro Commissario nelle sue inchieste non si lascerà mai impressionare da nobili o da gente altolocata. Dei Conti di Saint-Fiacre, entità distanti che da bambino vedeva come divinità, conoscerà la decadenza e il declino che ne sveleranno tutte le miserie umane. Per questo non si lascerà mai incantare neanche da cibi altolocati e eccessivamente sofisticati sapendo che dietro agli artifici gastronomici può celarsi una materia di base di qualità miserabile. Anche l’origine contadina e l’onestà di suo padre che, in quanto amministratore usa la massima premura e trasparenza perché mai sopporterebbe l’onta del sospetto di ladrocinio, spiegano i suoi gusti che non si lasciano ingannare dagli allestimenti e vogliono che pane sia pane e vino sia vino. Sposerà l’accogliente, ridanciana e leggermente sovrappeso Louise Léonard, alsaziana di Colmar (l’Alsazia è terra di cibi allegri e abbondanti, l’Alsace gourmand rappresenta una perfetta crasi tra cucina francese e tedesca), donna dotata di infinito istinto materno. La figlia che i due avranno non sopravvivrà e Louise non potrà mai più avere figli. Bingo. Louise e Maigret – anche la moglie lo chiama per cognome quando è il caso e lui la ricambia chiamandola “Signora Maigret” -, anziché sgretolarsi, instaurano un rapporto di vicendevole premura che li vede alternativamente genitori l’uno dell’altra. Jules, con la sua possanza, non permette a Louise di crollare, la rassicura e la fa sentire apprezzata; col suo lavoro opera per un mondo il più possibile come piacerebbe a lei e quando ha tempo la solleva dalle incombenze domestiche, proponendo un cinema, una gita sulla Senna fuori Parigi in qualche trattoria di campagna o incoraggiandola a concedersi dolci e gelati – anche Louise è golosa - nonostante le proteste di lei che è perennemente cicciottella. Lui la rassicura, cicciottella gli va bene, basta che sia felice in modo “accettabile”. Lei invece, oltre ad osservarlo, fa la cosa primordiale di una donna/madre: lo nutre al meglio. In casa, la padrona è lei. Sembra quasi contenta quando il marito si becca un’influenza –accade spesso- dopo qualche serie di nottatacce fredde e piovose. Maigret si fa bambino obbediente e Louise adopera quelle cure che si avrebbero per un figlio piccolo. Decide lei quando è ora di misurare la febbre, quando è il momento di prendere l’aspirina, bere un paio di cognac, coprirsi e farsi una sudata, quando è il momento di mangiare e cosa mangiare. Quando la febbre scende, magari lo invita, dopo un bel bagno, ad andare a respirare un po’ d’aria fresca e, già che c’è, di andare al mercato a prendere ciò che lei ordina, così lei ne approfitta per rassettare casa. Lui ubbidisce.

Cognac, si diceva. Va bene per la febbre e il raffreddore. Ma quello che si beve principalmente in casa Maigret, vino a parte, è la Prunelle alsaziana, presenza stabile nella madia in camera da pranzo. È la sorella di Louise che provvede a portargliene svariate bottiglie quando da Colmar va a trovarli a Parigi, oppure a inviargliene. La Prunelle si fa con le prugne, ma non immaginate niente di dolciastro o sciropposo, è un distillato, un’acquavite simile allo Slivovitz. Come il Kirsch che, seppur fatto con le ciliegie è incolore ed è più parente della grappa che di qualsiasi nauseante liquore sciropposo alla ciliegia. Tipo il Cherry, che per decenni gli italiani hanno confuso con lo Sherry che invece è un vino spagnolo aromatico e secco (lo Jerez detto anche Vino fino, ne esistono anche versioni dolci ma non hanno comunque niente a che fare con le ciliege). Adorato dagli inglesi che, una volta persi i possedimenti spagnoli, ripiegarono sul Marsala che gli somiglia parecchio. Al contrario dei classici investigatori privati statunitensi che mangiano cibi bisunti in macchina durante gli appostamenti, tornano a casa con l’involto della rosticceria ed hanno il “whiskey facile” (più spesso Bourbon), il nostro commissario non ama particolarmente i superalcolici. Certo, può capitare che ne beva anche di mattina presto, sempre col pretesto del raffreddore. Comunque sia, se a casa non manca mai la Prunelle, in ufficio, riposto in un armadio, non manca mai il Cognac. Può servire per lui – raramente -, per calmare una donna agitata o per sciogliere un interrogato. Di base comunque, Maigret è un forte bevitore di birra.

Un millennial si chiederà che tipo di birra, se ad alta o bassa fermentazione, se a fermentazione spontanea, IPA, integrale, filtrata, non filtrata… Ai tempi di Maigret quando si diceva “birra” si intendeva birra. Si dava per scontato che fosse una chiara Lager stile Pils che va giù che è una bellezza e si dava per scontato che il boccale avesse il manico e che la misura fosse 0,4/0,5 lt o, se in Gran Bretagna – Maigret vi si reca spesso dove ha il suo amico/collega Mr. Pyke di Scotland Yard - 0,56826125 lt che corrispondono a una “pinta”. Niente bicchierucci particolari “da degustazione”: tira giù ‘sta birra e falla finita… Per il resto Maigret è quasi un bevitore a casaccio. A volte, quando un barista lo vede con gli avambracci poggiati sul bancone, l’aria apparentemente assente e chiede “Cosa beve?”, si sente rispondere “Quello che preferisce”, come se il Commissario aspetti un suggerimento, un’evocazione proveniente dall’ambiente circostante attraverso quello che berrà. E questo è il punto forte sul quale bisognerà tornare. Ma vediamo sotto quale egida alcolica nasce Jules Maigret e quella con la quale viene battezzato…



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