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Giallo e Gastronomia: Maigret, il più grande investigatore-buongustaio - Terza parte

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Racconta Georges Simenon (sempre da prendere con le pinze, Simenon era un gran bugiardo: non un bugiardo mendace, ma uno che rendeva letteraria la realtà e viceversa) che, trovandosi in una pausa di navigazione in un porto olandese dove l’umidità e il freddo costringevano a un largo uso di alcolici (convinzione che riverserà nella propria creatura), se ne stava seduto in un bar dopo molti Bitter quando, in uno stato di torpore, gli si profilò la figura di un poliziotto in borghese, alto e massiccio, dall’imponenza quasi inamovibile. Un po’ burbero eppure pacato e scrupoloso. Tutto sommato un “poliziotto accettabile”.



Ora, i Bitter di cui parla Simenon, sono quelli amari veramente del nord Europa. In sostanza alcol etilico aromatizzato con erbe amare e spezie, non quelli dolci e sciropposi che tanto piacciono agli studenti universitari, tipo quell’ “amaro” calabrese. In realtà Maigret lo troviamo anche in altri racconti antecedenti, quando l’autore ancora si firmava George Sim, e lo troviamo non come protagonista e non ancora commissario. Sia come sia, Simenon ce lo racconta concepito sotto l’egida del Bitter. E se anche non è vero che fu concepito in quel frangente, è altrettanto probabile che, comunque sia andata, Simenon fosse in ogni caso aiutato da un qualche tipo di alcolico. “Non vedo alcuna vergogna ad essere ubriaco, non più che essere malati di cuore o avere un callo ad un piede…”, diceva il belga.

Dopo il concepimento al Bitter nel 1929 e la nascita al mondo con Pietr il Lettone (1931), Maigret viene battezzato con il Calvados in quella che sarà la sua prima indagine, La prima inchiesta di Maigret (1949). La storia termina con un Maigret che, a inchiesta chiusa, torna a casa completamente ubriaco dopo una nottata col “flautista” e cerca di comunicare alla giovane moglie, farneticando, quanto alcune cose della vita siano davvero importanti. D’altronde ha appena salvato un musicista squattrinato che rischiava di diventare la vittima sacrificale perfetta da servire al Giudice Istruttore. E, nonostante le farneticazioni, Louise capisce tutto. Maigret, qui magro e muscoloso, ha 26 anni ed è ancora un semplice agente di polizia in borghese (odierà sempre i travestimenti da quando, camuffato da clochard, blocca l’arrestato nel metrò, questi comincia ad urlare “Aiuto! Al ladro!” e la gente blocca il clochard, cioè lui, mentre il criminale ben vestito si dilegua). Il fatto è che in questa indagine, il giovane Jules deve tenere d’occhio una villa nella quale probabilmente è successo un delitto. La via non è frequentatissima e lui non se ne può stare ore ed ore in mezzo alla strada. Caso vuole che di fronte alla villa ci sia una trattoria normanna, il Vieux Calvados, una di quelle locande che, oltre ai pasti principali, servono i clienti a qualsiasi ora per un caffè, del vino sfuso, della birra o “un goccetto”. Papà Paumelle, il proprietario della trattoria, non si stupisce di quel giovanotto che se ne sta ore nel suo locale vicino alla vetrata. Non fa domande. Probabilmente ha capito che è un poliziotto. Se fosse un ladro, comunque, farebbe lo stesso. Dopo aver servito una colazione con salsicce e una caraffa di sidro, l’oste, da buon normanno, propone il suo Calva’, servendo anche sé stesso. Il capitolo si intitola “I momenti buoni di Papà Paumelle”: il trattore, che ogni tanto sparisce in cucina nella quale la moglie spignatta senza sosta, si alterna col banco bar e, una volta stabilita una sorta di tacita intimità con il giovane Jules, a scadenze temporali la cui frequenza resta un mistero, guarda l’orologio a muro, annuisce e dice “È il momento buono”, il che significa che versa un Calvados per il giovane, e uno per sé. Maigret conosce quello stato alcolico che gli consente di raggiungere “il momento di lucidità”, ovvero quella condizione nella quale la mente lavora abbandonando gli schemi convenzionali e le autocensure inconsce, si perdono le inibizioni circa un’iniziativa da prendere e si diventa stranamente efficienti, intraprendenti e intuitivi. Questo stato lo accompagnerà spesso in futuro. A cose risolte, alla fine, si crolla inevitabilmente ma, a caso chiuso, si crolla bene con la morbida Louise che tra un brodo, un’aspirina e un bollito di manzo magari ordina: “Maigret, non metto la sveglia, stacco il telefono e ti dai malato. Domani niente ufficio”.

Calvados: un distillato di mele ambrato, profumato. Qui in Italia in genere se ne trovano di abbastanza dozzinali a prezzi non adeguati. In enoteche specializzate, se cercate un Calvados particolare, invecchiato, preparatevi ad accendere un mutuo. Fino a qualche anno fa, nelle zone di produzione, si trovavano degli eccellenti Calva’ non destinati alla grande distribuzione o all’esportazione. Il colore ideale? Caramello scuro. Nessun sentore di alcol volatile, solo mela, legno e sostanza se lo si è invecchiato in modo da far svaporare il superfluo. I migliori? Li ho bevuti in Bretagna e non in Normandia, che invece sarebbe il luogo deputato, vallo a capire… Comunque, d’ora in poi questo distillato accompagnerà il Commissario nelle giornate fredde, nei dopocena con i coniugi Pardon, coppia di amici (toh! Lui è medico…) con i quali i Maigret si vedono almeno una volta al mese. Il Calva’ sarà presente, ovviamente, nelle indagini in Bretagna e Normandia –Maigret viaggerà tantissimo-, a fine pasto nelle trattorie lungo la Loira o la Senna nei week-end con Louise e, qualche volta, anche di prima mattina quando l’aria umida aleggia assieme a qualcosa che somiglia al malumore. In questi casi il Commissario alleggerisce l’intensità alcolica con qualche birra a metà mattina, a volte un Pastis prima di pranzo - altra birra con un panino - e poi quello che Dio vorrà.

Certe volte gli prende così… ed ecco che spunta il Maigret “bevitore casuale”. Quando si trova nel mezzo di un’indagine iniziata da poco, Maigret non pensa nulla, assorbe. Assorbe impressioni sul carattere delle persone, registra dinamiche familiari e ambientali, non permettendo alla razionalità di inibire le emozioni sottopelle, respira le sensazioni e lascia che queste lavorino libere nel proprio inconscio. E beve quello che l’ambiente gli suggerisce. È anche un inconsapevole consumatore local ante litteram: viaggiando spesso, beve e mangia in consonanza al luogo in cui si trova per introiettarne lo spirito. È il metodo Maigret. Un metodo così poco razionale e così difficile da spiegare che lui stesso, divenuto famoso inquirente, ne negherà l’esistenza, rispondendo a giornalisti, magistrati e giovani collaboratori che “non esiste un metodo Maigret”. In realtà si tratta di una sorta di mimesi quella che lui opera: perché è capace di vivere la vita di chiunque, di mettersi nei panni di chiunque, anche e soprattutto di chi ha finito per farsi ammazzare. E allora sono spesso le suggestioni a fargli bere qualcosa che sia in consonanza con le percezioni. La vittima o i familiari sono Arlesiani? È capace che quasi istintivamente ordini un vino del Rodano. A proposito, provatelo un onesto Viognier con dei frutti di mare o del pesce, c’è anche un’azienda laziale che ne produce uno accettabile per prezzo e qualità e non è un’imitazione o una frode: il Viognier ce l’hanno portato i Romani sul Rodano, prendendo il vitigno dalla Dalmazia. Se un ricco imprenditore offre al nostro Jules del whisky –che detesta abbastanza- è capace poi di continuare a bere whisky, salvo pentirsene il giorno successivo. Ma qualche idea intanto gli è frullata. Quando poi si trova in un apparente stato di vuoto mentale, mentre l’inconscio lavora, succede quello che s’è detto prima, ovvero che alla domanda su cosa voglia da bere, risponda “Quello che preferisce”, quasi ad aspettarsi un’ennesima suggestione dall’esterno. Pronto, se ne vale la pena, ad interiorizzarla.



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