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Giallo narciso

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Il treno delle 7.30 quella mattina è in ritardo di venti minuti, giusto per completare il quadro già di per sé desolante di un uggioso venerdì a inizio novembre. Più che un quadro, uno specchio, che riflette la desolazione interiore di Lorella da oltre sette mesi a sta parte, da quando Valerio è uscito dalla sua vita, di punto in bianco. Da quel giorno, le giornate un po’ si trascinano, le nottate non parliamone! Anche quella notte Lorella ha dormito poco, è svogliata, i treni poi non le piacciono. Si infila in una carrozza deserta, nella speranza di non incontrare e dover parlare con nessuno nel tragitto fino a Bellalba, dove da dieci anni lavora come ingegnere edile. Le sue speranze vengono disilluse dal momento che, qualche fermata dopo, proprio davanti a lei si siede una giovane donna. Lorella, attenta osservatrice, nota una bellezza sciupata, “scolorita”, ma soprattutto un volto segnato dal dolore, rigato di pianto. La sconosciuta scende di tutta fretta qualche fermata dopo, lasciando dietro di sé accidentalmente un piccolo taccuino color acquamarina, che Lorella nota e raccoglie incuriosita. Non appena lo apre e inizia a leggere, Lorella viene travolta dal dolore di Elisa, dalla sua vicenda che tanto assomiglia a quella che lei stessa ha vissuto qualche mese fa. Vorrebbe di cuore parlarle, farle e farsi forza a vicenda. Vorrebbe tanto non aver letto quell’ultima pagina, quelle ultime parole di Elisa... ma come trovarla? Dov’è Elisa?

Giallo narciso è il romanzo d’esordio di Donatella Maria Biase, notaio di professione e scrittrice per passione, che condivide parte del profilo biografico con Lorella. Entrambe donne con una brillante carriera avviata, che scelgono di rallentare i ritmi trasferendo la propria attività in un borgo affacciato sul mare, riscoprendo una dimensione più intima e meno frenetica. Non ci è dato sapere se condividano anche la vicenda sentimentale, ma sicuramente l’autrice dimostra di conoscere a fondo le dinamiche di un amore malato, come quello che sia Lorella che Elisa esperiscono. Entrambe cadono nella rete ben strutturata di uomini narcisi patologici, e, si badi bene, non con l’ingenuità e l’inconsapevolezza adolescenziali, ma nonostante la maturità dell’età adulta. A riprova che l’amore e la passione non hanno età, ma la sofferenza che può derivarne nemmeno. Certo, convince poco la venerazione totale (e quasi altrettanto patologica?) di Elisa per Vittorio, che la rende anche eccessivamente cieca e inerte nonostante i chiarissimi segnali, che Lorella coglie leggendo il diario e noi con lei. In realtà a convincere poco qui è soprattutto lo stile: una scrittura posata e chiara, ma molto spesso formale, in cui sembra emergere, come una sorta di deformazione professionale, lo stile notarile, forbito ma forse un po’ “sterile”, che argina a tratti quell’ondata, quell’impeto emotivo che ci si aspetterebbe. Il punto a favore va sicuramente al mancato lieto fine, che conferma l’amarezza e i danni irreparabili che purtroppo certi amori lasciano dietro di sé.