Venerdì 14 giugno, ore 9:45. All’Istituto San Gabriele, in via Valle delle Magnolie, la mattinata è tranquilla. La struttura, nata agli inizi del Novecento per accogliere e curare bambini svantaggiati, è molto conosciuta in città e in Sardegna. Sorge su un’area ampia, circondata da un muro di cinta e comprende, oltre all’edificio principale, anche un parco giochi e un campo di calcio in terra battuta. Sul campetto è in corso una partita tra alcuni ragazzi dell’Istituto e giovani amici dei figli dei custodi, tutti tra gli otto e i quindici anni. Ad assistere all’incontro ci sono anche Angelo Parru, cronista de “La Nuova Sardegna”, e Peppino Cambosu, fotografo dello stesso giornale. I due stanno realizzando un servizio sulle realtà caritatevoli della città e hanno appena visitato l’Istituto accompagnati dal direttore, il dottor Francesco Grossi. L’attenzione del giornalista viene attirata in particolare dal portiere della squadra locale, Donato, un ragazzo di circa quattordici anni, molto robusto e imponente fisicamente. Durante la partita si distrae per salutare i visitatori e lascia che il pallone superi la linea di porta, ma nessuno dei compagni lo rimprovera. Grossi spiega a Parru che Donato è un ragazzo molto amato da tutti perché gioviale, buono e generoso. Ha perso entrambi i genitori e tutti i parenti che potessero occuparsi di lui e ha uno sviluppo cognitivo infantile rispetto all’età anagrafica: pur mostrando fisicamente più dei suoi quattordici anni, conserva una mentalità da bambino. Durante la partita, quando il giocatore avversario si prepara a tirare dal dischetto, il fotografo punta la macchina fotografica verso Donato. Il ragazzo se ne accorge proprio nell’istante in cui viene battuto il rigore e, invece di concentrarsi esclusivamente sul pallone, si rialza e comincia a salutare sorridendo con le braccia aperte. Il tiro è indirizzato verso l’angolo alto della porta, ma il pallone colpisce le dita della mano sinistra di Donato, devia sulla traversa e finisce fuori. I compagni esultano e lo abbracciano. Parru rimane colpito dalla scena e chiede al direttore di poter intervistare il ragazzo e chiede anche l’autorizzazione a pubblicarne la fotografia. Grossi acconsente volentieri e sottolinea che Donato rappresenta uno degli esempi più evidenti dei risultati ottenuti dall’Istituto. Due giorni dopo l’articolo compare a tutta pagina sull’edizione domenicale de “La Nuova Sardegna”. Una delle copie distribuite in Sardegna arriva in un’edicola della piazza principale di Ozieri e viene acquistata, come d’abitudine dopo la messa, da tziu Totore Piras. L’uomo si reca poi al bar dove è solito incontrare compare Larentu, accompagnato dal cognato. I tre si siedono insieme e ordinano da bere. A un certo punto il cognato di Larentu prende il giornale per sfogliarlo. Quando arriva alla pagina dedicata all’Istituto San Gabriele, si blocca improvvisamente e impallidisce osservando una fotografia: quella di Donato in porta, sorridente e con le braccia aperte. La reazione dell’uomo è immediata e inspiegabile per gli altri due. Chiude bruscamente il quotidiano, lo ripiega, se lo infila sotto il braccio e, dopo un saluto appena comprensibile, corre verso la propria automobile. Sale in macchina e parte velocemente…

Il capitano Giorgio Roversi, protagonista del romanzo di Gavino Zucca, si muove nella Sardegna degli anni Sessanta e deve gestire un’indagine che nasce da due eventi ravvicinati: la scomparsa di Donato, giovane ospite dell’Istituto San Gabriele, e l’omicidio di Filippo Tilocca, arrivato da poco nella valle. All’inizio nulla sembra imporre un collegamento fra i due fatti, ma l’approfondimento delle rispettive storie conduce progressivamente Roversi verso un episodio avvenuto cinque anni prima, un tentato sequestro conclusosi con la morte di una coppia e di uno dei rapitori. Il romanzo procede secondo la struttura tipica del giallo d’indagine: Zucca punta su una costruzione progressiva, in cui ogni nuova informazione modifica il quadro precedente e obbliga a riconsiderare ipotesi che sembravano già solide. Il passato diventa indispensabile per comprendere il presente, mentre Valle delle Magnolie, l’Istituto San Gabriele, la campagna circostante, Platamona e gli altri luoghi attraversati dalla vicenda compongono un territorio nel quale natura, abitudini quotidiane e relazioni sociali contribuiscono alla costruzione del mistero. La dimensione più propriamente investigativa, tuttavia, convive con momenti di leggerezza. L’ironia nasce soprattutto dai dialoghi e dal modo in cui i vari personaggi affrontano situazioni che rischierebbero altrimenti di appesantire eccessivamente la narrazione. È un contrappunto che non sottrae importanza al nucleo criminale della storia, ma, al contrario, ne varia efficacemente il tono. Anche la memoria è un aspetto importante della vicenda. Fotografie, testimonianze, fatti apparentemente secondari e ricordi rimasti sepolti diventano strumenti attraverso i quali ricostruire ciò che è stato dimenticato, nascosto o interpretato male. Il risultato è un giallo costruito sull’attesa, sulla deduzione e sulla progressiva ricomposizione dei fatti, capace di affiancare alla soluzione del mistero il ritratto di una piccola comunità improvvisamente costretta a confrontarsi con ciò che credeva ormai sepolto.