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Giorni di collera e di annientamento

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La più grande disgrazia del dottor Lunfardo, in arte Don Fifi, è aver vinto un Premio Strega per un romanzo che non ritiene affatto essere il suo capolavoro. Del resto il suo sogno era ed è quello di diventare un cantante. C’è sempre del falso nella scrittura, nei romanzi, soprattutto nella percezione che la gente ha dei romanzi e degli scrittori, osannati sempre ma ignorati nella loro umanità. Il suo esilio volontario in un paesino sul lago di Garda gli permette invece di essere ben più vicino a quella varia umanità da cui tanto cerca di fuggire. La provincia, quella sbiadita dei laghi d’inverno, è ricca di storie e di figure che sembrano uscite da romanzi, più che dalla vita reale. Fra tutte sicuramente spicca Patrizia, bellissima donna che Lunfardo accompagna sulla tomba di Mussolini a Predappio e che poteva vantare una madre ballerina, e non solo, per le truppe tedesche della Wehrmacht. Patrizia è una bellissima mora, forte di carattere, e ce ne vuole per guidare un sidecar sulle curve del lago o sulla strada fra Milano e Segrate in pieno traffico per riportare sano e salvo a casa Lunfardo. Patti ha i modi spicci e non esita a sparare un unico colpo di pistola alle gomme del loro pulmino degli stagisti che si prendono gioco di Don Fifi, rintanato nel fondo del sidecar. Con la stessa pistola, una Derringer calibro 6, il Pucci, all’anagrafe Evelino Pucciansky, si toglie la vita: una domenica mattina, davanti al sagrato, la cosparge interamente di cioccolato, se la ficca in gola come ultimo gesto di piacere e dolore, quindi spara: fra le sue dita serrate la foto della Patti nuda, stretta per non doversene più separare…

Cinico, distaccato, ironico, di quell’ironia triste che strizza l’occhio alla malinconia, perfino grottesco: il libro di Francesco Permunian ha una scrittura rapida ed incisiva, volutamente disgregante, punta al sodo delle storie dei suoi personaggi, a cui non risparmia critiche e invettive. Giorni di collera e di annientamento gioca sul doppio registro dell’autobiografia e del microcosmo di provincia: Lunfardo e Permunian sono entrambi scrittori ed entrambi vivono la vita del Lago di Garda, dove approdano e si disperdono figure di varia natura, di diverso interesse, di diversa moralità. In ognuna di esse Permunian, e con lui Lunfardo, trova un motivo di narrazione, un particolare da raccontare, oltre ogni tipo di morale e di pregiudizio, come vuole la vita di provincia, dove tutto accade, tutti sanno tutto di tutti ma nessuno si interessa a nessuno. Come tutti i divertissement, questo libro non ha una trama lineare definita e ama perdersi nelle digressioni di cui si nutre con voracità, facendone il vero fulcro della narrazione. Come tutti i divertissement d’impatto, si tratta di un’opera breve che recupera il lettore proprio quando sta per spingerlo stordito sull’orlo del precipizio scavato dalla forza centrifuga del calembour. Ed è la sua fortuna il fatto che sia un libro breve (sole 176 pagine) perché altrimenti sarebbe troppo: si fatica infatti ad entrare nel ritmo della narrazione per una voluta spigolosità dei personaggi e per la frammentarietà della narrazione. Quando però le regole d’ingaggio diventano chiare, non si può non percorrere questo rocambolesco viaggio in provincia.