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Giorni di guerra

Giorni di guerra

Treviso, 1914. Giovanni riceve l’ordine di raggiungere il proprio reggimento mentre si trova in campagna, a Onigo di Piave, ospite di un vecchio amico di famiglia. L’addio è commovente e l’anziano gli raccomanda “di fare ogni cosa di buona volontà, così peserà di meno”. Destinato inizialmente al reggimento del genio di Firenze, in quella città impara i rudimenti dell’addestramento ad opera di sergenti “brutti e bestiali”, sempre pronti a sgridare e tormentare le reclute. Le voci che l’entrata in guerra dell’Italia sia questione di poco, magari con l’arrivo della primavera, si fanno sempre più insistenti. Gli eventi precipitano infatti alla fine di maggio del 1915, quando il reggimento viene destinato al confine nordorientale. Il tragitto in treno pare eterno e la bellezza della campagna che li circonda e che scorre accanto a loro stride con lo scopo del viaggio intrapreso. Arrivati a Udine, i giovani soldati proseguono marciando verso il Carso anche se la guerra, quella vera, sembra ancora una specie di grande avventura non ancora vissuta in prima persona. Incaricato di costruire la rete di comunicazioni tra le varie compagnie distribuite sul territorio, Giovanni partecipa al conflitto dalle retrovie, “assaggiando” sporadicamente ciò che avviene nelle prime linee. Non vi è in lui, fino a quel momento, una reale paura della morte, non avverte lo spavento senza fondo di chi vede il nemico in faccia, fino a quando gli austriaci non rompono le linee italiane a Caporetto, costringendo i civili e l’esercito a una ritirata disordinata e disonorevole. Il piccolo gruppo di venti soldati che lo seguono percorre a piedi la strada che li condurrà oltre il fiume Tagliamento e poi fino al Piave, dove l’avanzata nemica verrà fermata. Tornato nei luoghi natali, Giovanni ritrova la casa di famiglia abbandonata e gli amici di un tempo che, anziché accoglierlo con gioia, lo guardano con disprezzo. “Perché siete scappati dal fronte?”, domandano ostili…

La guerra di Giovanni Comisso è, per certi versi, una guerra strana. Un’avventura vissuta inizialmente con un’allegria infantile che a volte pervade i giovani corpi dei soldati, smagriti e pallidissimi, incantanti davanti allo stupore della natura e del cielo stellato. Uno stupore che si interrompe con l’avanzata degli austriaci e la ritirata di Caporetto, che segna la disfatta del fronte carsico. Gli anni passati in guerra sono altalene di sentimenti. Lo stupore di mescola alla stanchezza e alla meraviglia di certi momenti vissuti in solitudine. Una contemplazione della natura che spesso si fa nostalgia. “Quella cima ora divisa da me, insensibile e splendida, mi esasperava come vedessi la mia vita vissuta oramai irraggiungibile”. La prima edizione del libro, nato dai ricordi personali della Grande Guerra a cui l’autore partecipò come volontario, vede la luce nel 1928, per poi essere ripresa e integrata con la pubblicazione del 1961. La scrittura di Giovanni Comisso, al quale gli amici hanno dedicato un premio letterario che quest’anno festeggerà la XL edizione, è intima, personale, tanto che la sensazione è quella di leggere il diario di un amico conosciuto da sempre. Lo spirito avventuroso e l’entusiasmo del giovane soldato si stemperano mano a mano che il fronte sul Carso si sgretola. La guerra è liquida e fa breccia nei pensieri di Giovanni, deteriorandoli così come le case e i ponti colpiti dai bombardamenti. Mentre la ritirata li porta verso il Piave, i paesaggi si deturpano come lo spirito dei soldati, accusati di tradimento e codardia. L’annuncio della fine della guerra toglie il fiato alle persone. Un momento che Giovanni vorrebbe non dimenticare mai, perché impresso sui volti di quei giovani soldati increduli che “pareva avessero impegnata tutta la loro forza per fare all’amore o per una corsa accanita e sorridevano pesantemente come non sapessero essi stessi cosa avessero fatto e perché”.