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Giotto e Dante - Paradiso per due

Giotto e Dante - Paradiso per due

Nel corso della storia non capita spesso di imbattersi in letterati e artisti nati nel posto giusto e al momento giusto, ma con Dante e Giotto la sorte è stata benevola. Ne Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori (dedicate a Cosimo I de’ Medici) Giorgio Vasari scrive intorno al legame tra il sommo poeta e il pittore, simboli del mito della fiorentinità come origine e vertice di tutte le arti, e ricorda come Boccaccio, nel Decamerone, non si limiti ad elogiare Giotto, ma citi anche due personaggi strettamente legati alla vita di Dante, il maestro Brunetto Latini e il condottiero Corso Donati. Esordiscono nelle rispettive professioni alla fine del Duecento, in un contesto culturale e artistico in piena evoluzione, riflesso diretto di una situazione sociale favorevole. Perfino il clima sembra volgere dalla loro parte, con l’avvio di un “optimum climatico medievale” che durerà fino al 1311. Dante frequenta poeti e musicisti, come Guido Cavalcanti, e Giotto inizia a farsi le ossa negli affreschi della basilica di S. Francesco D’Assisi, sotto la guida di Cimabue e Pietro Cavallini. Quel Cimabue che vede in Giotto la svolta rispetto alle forme dell’arte bizantina, il passaggio nella pittura dal simbolo alla realtà individuale. Ed è così infatti, secondo la mitologia giottesca ricordata da Lorenzo Ghiberti nei suoi Commentarii, che il pittore del Mugello vede le pecore, nella loro individualità, a differenza di Dante che nel Purgatorio e nel Convivio non esprime alcuna fiducia nei confronti del libero arbitrio di questi animali. Entrambi uniti dall’Ordine dei Frati minori, il poeta prende lezioni dai padri francescani di Santa Croce (si ipotizza addirittura che sia stato un terziario francescano) e Giotto, nella maturità, affresca altri due grandi centri della spiritualità francescana, la cappella degli Scrovegni e la basilica di Sant’Antonio, a Padova (entrambi peraltro hanno ben presente il Cantico delle Creature). Certo sono anche dei peccatori, e l’autore è attento a trattare anche dei loro vizi. Nel Trattatello in laude di Dante, Boccaccio ci informa della lussuria del poeta, tutt’altro che castissimo, della sua vita sessuale intensa, fuori e dentro il matrimonio. Di carattere solitario e solitamente corrucciato, ipersensibile e permaloso, si scaglia contro tutto e tutti, detesta i dialetti locali (soprattutto il romanesco, come emerge nel De vulgari eloquentia), molto serioso, al limite della misantropia, e supponente (come evidenzia Giovanni Villani nella sua Cronica ma anche Francesco Sacchetti nella raccolta il Trecentonovelle). Di contro il “garbatissimo” Giotto presenta una personalità serena e aperta, dalla spiccata arguzia, spesso di buonumore (proverbiali i suoi bon mots), ma molto parsimonioso, al limite dell’avarizia (più volte si avvicina al prestito usuraio di denaro o beni a danno di concittadini meno abbienti). È nella Cappella degli Scrovegni a Padova, che Dante e Giotto appaiono davvero vicini. Gli affreschi del pittore, così come la Divina Commedia, sono concepiti come un insieme unitario, non come sequenza di episodi accostati uno all’altro, e non sono solo capolavori della pittura e della letteratura medievale...

Giotto e Dante. Paradiso per due è un testo che Stefano Zuffi, storico dell’arte, dedica al sommo poeta e al discepolo di Cimabue, nati a due soli anni di distanza l’uno dall’altro e in località non molto distanti (a Firenze nel 1265 Dante, nel Mugello nel 1267 Giotto). Sin da subito va precisato che non si tratta di un testo solo per addetti ai lavori, ma una piacevole lettura in cui l’autore incrocia di continuo le vite dei due geni artistici, le compara e ne evidenzia le differenze, utilizzando un linguaggio divulgativo e niente affatto tecnico e macchinoso. L’aspetto di maggiore interesse, al di là delle nozioni o delle curiosità che si leggono intorno alla loro vita, è che gli aspetti di comparazione, i punti di contatto e le differenze tra i due artisti vengono esplicitati con riferimento alle opere dell’ingegno. Frequenti dunque i richiami a passi specifici dei Canti della Divina Commedia, del Convivio o del De vulgari eloquentia, nonché agli affreschi della Cappella degli Scrovegni a Padova (nata negli stessi anni della Divina Commedia ed entrambe concepite sul tema del cammino della salvezza dell’uomo), dove Giotto “rende visibili e concrete le immagini di Dante”. È questa, senza dubbio, una metodologia affascinante di approccio alla letteratura e alla storia dell’arte, che lungi dal perseguire un obiettivo meramente didattico, intende suscitare curiosità e accendere o alimentare nel lettore una passione scevra da ottiche utilitaristiche. Circa gli “umanissimi limiti” di Dante e Giotto, sono particolarmente gustosi i capitoli quarto, Tra vizi e virtù e cinque, Il denaro: sterco del demonio...o no? Come impostazione generale, l’autore non offre alla comunità dei lettori un contributo volto ad affrontare solo gli aspetti tradizionali e convenzionali, secondo una corrente informativa mainstream, ma intraprende un itinerario volto ad illuminare anche il b- side, il lato meno importante e più nascosto, di costoro. Alla fine del volume, nella sezione Cronologie, è presente la biografia sintetica e schematica dei due grandi pilastri della letteratura e della pittura, molto utile per la comprensione degli eventi narrati.