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Giovanni Falcone - Trent’anni dopo

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Cosa s’intende quando si parla del “metodo Falcone”? Per rispondere Marcelle Padovani parte dalla sua conoscenza personale del magistrato Giovanni Falcone, un rapporto professionale dal quale, nel 1991, è nato anche il libro-testamento Cose di Cosa Nostra, un testo fondamentale ancora oggi per chi voglia conoscere mafia e antimafia. Giovanni Falcone trent’anni dopo si basa prevalentemente su interviste fatte a cinque magistrati che sono parte dell’attuale Antimafia e che lo hanno conosciuto personalmente. Le leggi antimafia funzionano bene? Sono adeguate ai cambiamenti del modus operandi della mafia? Il primo passo per fare il punto tra passato e presente è un ritratto del magistrato, per capire perché avesse scelto di lottare contro la mafia. Giovanni era cresciuto a Palermo, immerso nella logica mafiosa, possedeva in sé i parametri psicologici della sicilianità: il silenzio preventivo e precauzionale, la capacità di interpretare, di intuire, i messaggi nascosti nei silenzi degli altri, nella mimica, nelle espressioni, nei gesti più o meno usuali. Del siciliano aveva anche il rispetto rigoroso della forma e la capacità di parlare con distacco della morte, che non era fatalismo (con la moglie avevano deciso di non avere figli) piuttosto era la concreta consapevolezza che “si muore di tante cose, e a volte anche di niente”…

Giovanni Falcone Trent’anni dopo è opera della giornalista francese Marcelle Padovani. “Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini” diceva Falcone e Padovani si è interrogata su quanto resti delle idee di quel magistrato, su cosa sia in pratica il cosiddetto metodo Falcone e quanto concretamente la magistratura italiana lo utilizzi per affrontare le mutazioni mafiose degli ultimi anni. Non sono pagine che osannano Falcone come uomo sovrannaturale, come un eroe lontano dalla realtà, qui si racconta di un uomo che ha sconfitto il male con la concretezza, un esempio di impegno civile, istituzionale, che ha agito in maniera scrupolosa, con metodo, “un modo di lavorare, efficace e pudico”, verificando ogni “banalità” per valutare la credibilità di ciascun pentito, rifiutando qualsiasi protagonismo. Padovani scrive senza fare sconti, da una parte racconta l’uomo Giovanni Falcone e “il rigore del giudice nel parlare soltanto di prove e di contenuti concreti, precisi, controllati”, dall’altra fa una valutazione critica della magistratura italiana. La necessità è di affermare con forza che Falcone è stato “un cittadino e un servitore dello Stato con le sue passioni e le sue idiosincrasie, che ha saputo mettere il bene comune al di sopra di ogni considerazione o interesse personale”: è un esempio, non un eroe, è qualcuno che si può imitare. È grazie a uomini come lui se oggi molte persone sono capaci di contenere il sentimento filomafioso intrinseco alla cultura italiana e non solo, perché se da un lato è vero che l’Italia ha esportato la mafia nel mondo, è altrettanto vero che proprio i magistrati italiani sono stati capaci di creare l’Antimafia.