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Girlhood

Girlhood

Il passaggio alla pubertà è stato il momento più difficile della sua giovinezza. Ne è convinta anche ora, mentre sfoglia il vecchio diario che aveva a dieci anni. La frase che la colpisce di più dopo “Oggi Alex è venuto a nuotare con noi. Secondo me gli piaccio” è: “A volte vorrei che le persone non cambiassero”. Ripensandoci, quell’anno – anzi, quell’estate – è stato il punto di svolta. I suoi genitori si sono separati; lei ha cambiato scuola, passando alle medie; il suo corpo di bambina si è trasformato in quello di una donna. Un corpo che fino a quel momento è stato un “contenitore affidabile” di punto in bianco è diventato un catalizzatore di sguardi. Delle altre ragazzine come lei, ancora senza l’obbligo di dover indossare un reggiseno, più simile a una camicia di forza; dei ragazzi, anche quelli più grandi, che improvvisamente hanno smesso di ignorarla e che la guardano con occhi che talvolta la lusingano e talvolta le fanno paura. Come quelli di Alex. È di qualche anno più grande, conosciuto solo perché aspettano insieme l’autobus alla fermata vicino casa. Fino a qualche mese prima neanche le rivolgeva la parola, era solo un’altra amica della cugina più piccola; la lasciava in pace mentre leggeva i suoi libri o parlava con le sue amiche. Adesso invece, da quando quella trasformazione si è compiuta – una trasformazione irreversibile, peraltro – ha iniziato ad aspettarla alla fermata dell’autobus, vicino casa, rivolgendole addirittura la parola e facendosi trovare a casa, in quei pomeriggi dedicati ai giochi tra ragazze...

“Prima della pubertà mi muovevo nel mondo e verso gli altri senza alcuna esitazione o imbarazzo. [...] Ero una ragazzina sveglia e forte e il mio potere risiedeva unicamente in queste due qualità. [...] Non spiegava il fatto che i cambiamenti del mio corpo stessero modificando anche il mio valore nel mondo. [...] In mezzo alle altre ragazze ero grassa e inadeguata, condannata da qualche difetto intrinseco nella mia costituzione fisica. In mezzo agli uomini ero desiderabile, posseduta da un potere luccicante che non sapevo controllare. [...] Non feci domande su queste ultime cose. Magari qualcuna ci prova”. È il corpo femminile e la sua trasformazione il centro focale di Girlhood, nuovo romanzo della scrittrice Melissa Febos. Partendo dalla sua adolescenza, tempo durante il quale qualsiasi corpo muta, la Febos analizza il corpo come “oggetto” di percezione, nostra e degli altri, che quasi mai ci appartiene completamente e che viene “condiviso” con gli altri, i quali pongono quasi sempre una etichetta su quel corpo. “Una volta che viene afferrato dallo sguardo dell’altro, il corpo vissuto è drasticamente cambiato. Da quel momento in poi reca l’impronta dell’altro; è ormai diventato corpo-per-gli-altri, cioè un oggetto, una cosa”, si legge a un certo punto. Lo stile narrativo alterna la biografia, le testimonianze di altre donne ai saggi sul tema e ad alcuni prodotti della cultura di massa, con il risultato di dare al lettore la parvenza di essere davanti a una sorta di documentario televisivo, nel quale si alternano le voci dei testimoni a quelle degli esperti e del narratore. Tradotto per ora in 7 lingue, Girlhood ha vinto il National Book Critics Circle Award for Criticism e nel 2021 è stato inserito nell’elenco dei migliori libri dell’anno da “Time” e dal “Washington Post”. Arricchito dalle illustrazioni di Forsyth Harmon, che aprono ogni capitolo, Girlhood è un romanzo necessario, che si interroga su quello che vuol dire abitare un corpo femminile, scendere a patti con questo e poi ricomporsi in un doloroso percorso di uscita dall’adolescenza, e da tutto quello che ha comportato e che per quanto possa risultare diverso – a livello di esperienze personale – ha un unico comune denominatore: la classificazione in base al nostro corpo.