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Giù nella valle

Giù nella valle

Valsesia, Piemonte. Il padre, alla loro nascita, ha piantato due alberi: un larice e un abete. Due piante molto diverse, così come lo sono i fratelli Luigi e Alfredo che nella vita hanno preso strade opposte. Luigi è diventato guardia forestale, ha messo radici nella valle e ha sposato Elisabetta, che da ragazza da Milano veniva in vacanza in paese. Fredo invece se ne è andato in Canada, lontano dalle sue origini più che ha potuto. Non sarebbe tornato se il padre non fosse morto e Luigi avesse ora bisogno della sua firma per comprare la casa dei genitori. Due uomini diversi, uniti però nell’incontro con il bicchiere. Due uomini che possono restare ubriachi per un giorno intero, crollare a terra, svegliarsi e poi ricominciare a bere. L’alcol è un viatico, che intontisce ma anche sostiene, che fa anche dire le cose come stanno o fa alzare le mani quando necessario. Elisabetta dai capelli rossi aspetta un figlio, la casa del vecchio genitore porterà forse fortuna quando costruiranno una pista da sci. Il fiume Sesia invece è sempre più inquinato e i cani muoiono sbranati. In giro c’è forse un lupo o un cane inselvatichito che nemmeno i cacciatori sono ancora riusciti a catturare. Il ritorno di Alfredo riapre le chiuse di un fiume che era stato seccato. L’acqua ferma si rimette in moto, ma questa volta è piena di veleno che non si vede e non si sente. Che scorre tra i due fratelli e che fa ammalare o ammattire, che forse fa incattivire persino le bestie del bosco. L’inverno è rigido anche se promette uno sviluppo per il paese. Ma è qualcosa di effimero, di lontano e che non garantisce una luce. Per trovarla, occorre guardare al ghiacciaio del Monte Rosa che risplende al tramonto del sole mentre la valle è già in ombra...

Non due amici come nel romanzo Le otto montagne (qui la nostra recensione e l’intervista) premio Strega 2017, ma questa volta sono due fratelli a ritrovarsi, incontrarsi e scontrarsi. Due uomini lontani ma uniti da un legame viscerale che, di nuovo, ha a che fare con il paesaggio, con la natura nella sua essenza, che sia bosco o animale selvatico. Una natura che si scontra con l’idea di progresso dell’uomo, portatore di uno sviluppo economico che non sa convivere con la natura, in questo caso la montagna, ma la sfrutta. Già tre anni fa Paolo Cognetti, nel suo blog Capitano, mio capitano così parlava in merito alle piste di sci: “strano a dirsi, ma lo sci non è nato sulle piste. Ed è molto più bello praticarlo dove la montagna non è stata ridotta a un'autostrada. Bisogna ripetere anche questo, che una pista da sci è montagna disboscata, spianata e cementificata, è percorsa da mezzi a motore per tutto l'anno, e consuma tante risorse per produrre neve artificiale e far girare gli impianti. C'è parecchia arroganza nella convinzione, da parte di imprenditori e amministratori, che l'economia invernale della montagna dipenda dallo sci su pista, perché oggi non esiste la controprova. È vero che lo sci dà lavoro a tante persone, ma non è detto che quel lavoro non possa trasformarsi (in meglio).” Un romanzo breve al quale Paolo Cognetti affida temi e suggestioni estremamente personali, come la passione per Flannery O’Connor, che ritroviamo tra le letture di Elisabetta, e l’atmosfera intima ed essenziale di Nebraska, disco del 1982 di Bruce Springsteen. Un canto solitario come il latrato di un lupo in una notte gelida, una voce sola nella notte e una colonna sonora perfetta per questo romanzo duro come la pietra e freddo come il ghiaccio.