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Giulia - Bourbon e vecchi rossetti

Non era alta, piuttosto grassottella, e con capelli di un biondo banale. Detestava la scuola, la lettura e lo studio del pianoforte. Amava però i rotocalchi e l’appuntamento settimanale al cinematografo. Questa era Giulia adolescente, appena prima di trasformarsi in una donna molto, molto diversa dalle coetanee. Era nata nei pressi di Cosenza nel febbraio del 1920 sotto buoni auspici e in un’ottima famiglia; era nata con la camicia, avvolta dal sacco amniotico simbolo di fortuna, e discendeva da nobili - nobili di provincia - colti e attenti alla buona crescita dei figlioli. Terza di tre femmine, piena di verve e grande sognatrice, ispirata dalle donne, altrettanto vivaci, che le era capitato di incontrare, per Giulia passare dai sogni a occhi aperti a un progetto di fuga fu un attimo: “Non aspetterò che la vita venga cercarmi!”. Ed eccola, euforica e testarda, nell’estate del 1938, prendere la corriera, poi un treno per Roma e ritrovarsi subito dopo a Venezia. “Non arriverà nemmeno a Napoli”, aveva sentenziato la sorella, quando Mamau, la genitrice, aveva trovato il telegramma con il quale Giulia prometteva di fare “un salto a Parigi” per tornare vincitrice. Cominciarono così anni di viaggi in tutti i continenti, incontri eccezionali (da Peggy Guggenheim a Luchino Visconti), dimore e feste da favole, il cinema (partecipò alle riprese de Il Gattopardo), amori e, ovviamente, matrimoni. Dal primo, che la incorona principessa, a un altro, benedetto dai dollari italoamericani e dall’adozione di una bimba, fino all’ultimo, tanto folle quanto tenero. Non solo luci e lustrini. Anche a Giulia la felicità chiede un prezzo: dolori, perdite, il bourbon sempre nel bicchiere, il male oscuro…

Bambina scatenata, ragazzina sognatrice, viaggiatrice, donna innamorata, amica, “star del cinematografo”, ambiziosa, generosa, affamata di vita. Giulia non avrebbe certamente avuto il tempo di scrivere le sue memorie: la vita, ci ha insegnato Pirandello ne Il fu Mattia Pascal, “o la si vive o la si scrive”. La protagonista di questo libro, dunque, non andò oltre i due, tre telegrammi trasmessi dai grand hotel di Venezia e Biarritz a un recondito ufficio postale calabrese. Rimedia Demetrio Baffa Trasci in questo romanzo che racconta una parte di mondo del XX secolo, dagli anni Venti fino all’avvento del walkman, dei Queen, e del Mondiale di Baggio, filtrato dalla vivacità di una protagonista unica. Giulia non è un ideale ma un sogno; e la sua vita meritava davvero di essere raccontata. L’autore, esordiente, nato a Cosenza nel 1985, vive tra Napoli e Parigi dove si occupa di interior design. Pur narrando in terza persona, è riuscito a rendere in 3D il profilo di un personaggio non originalissimo per il cinema e che ricorda invece, sul piano letterario, il raffinato Zia Mame di Patrick Dennis o i racconti brevi di Scerbanenco, ma senza la sfumatura noir. Ma la storia di Giulia non si ferma ai fuochi d’artificio dell’epoca dorata: con il racconto degli anni più difficili della sua vita, gli ultimi, anche lo lo stile di Baffa Trasci si accorda allo scenario storico, accogliendo le ombre degli ultimi anni Ottanta, depressi e paranoici. Ciò che rimane, tuttavia, è l’impressione che certi eventi di pochi decenni fa siano ormai irripetibili: il mistero delle avventure vissute fino in fondo senza il palcoscenico effimero dei social network, la leggerezza di una realtà dove tutto è possibile, come quando, invecchiati e bagnati da un temporale, è ancora possibile esclamare: “Dopotutto, non si sa mai nella vita…”