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Gli affamati

Gli affamati

Camporotondo, “uno sputo di palazzine fatiscenti nel nulla meridionale”. Estate. Paolo Acquicella si sveglia madido di sudore, la “rabbia senza nome” che già gli preme sul petto. Come ogni mattina si appoggia alla finestra, piscia nel giardino sottostante, si trascina verso la cucina. Si guarda attorno. Una stanza piccola, piena di stoviglie sporche, un paio di sedie e un tavolino. Due sdraio vecchie e chiazzate davanti alla televisione, il manico di scopa che usano per cambiare canale. Antonio lo raggiunge dalla sua stanza. Prendono l’ultimo pacco di biscotti dalla dispensa, si versano il caffè dalla moka malmessa. Paolo e Antonio, ventidue e diciannove anni, sono fratelli. Abitano alla periferia di Camporotondo. Soli, da quando il padre Stefano è morto e la madre se n’è andata di casa. Antonio avverte Paolo che passerà la giornata da Italo, il suo migliore amico, e prende dalla boccia i soldi per la spesa. Paolo pensa che preferirebbe vederlo cercarsi un lavoro ma si limita ad annuire. La macchina serve ad Antonio per la spesa, Paolo deve prendere il Boxer scassato per andare al cantiere dove lavora da più di un anno. Vi si dirige di fretta, è di nuovo in ritardo. Pensa che Serra, il capocantiere, stavolta gli farà il culo. Paolo lo odia. Li odia tutti. Quante volte ha immaginato di chiuderli dentro e di far esplodere tutto, di sentirli strillare “come porci al macello”…

Essere affamati di riscatto, di amore, e non potersi mai saziare. Anzi, dalla mancanza venire divorati, un pezzo alla volta. Queste le premesse de Gli affamati, romanzo d’esordio del giovane autore catanese Mattia Insolia, classe 1995. I suoi affamati sono Paolo e Antonio Acquicella, giovanissimi eppure già ‘guasti’, opposti e complementari. I fratelli Acquicella sono in rotta con il mondo, abbandonati a sé stessi, traditi dagli affetti più cari. Sopravvivono prendendosi cura l’uno dell’altro, incapaci di dare un nome ai propri desideri, al senso di ingiustizia che macera e si fa speranza disattesa, rabbia cieca pronta a detonare portando via tutto con sé. Insolia instilla nei suoi protagonisti l’angoscia del percorrere una strada che sembra senza uscita, la crudezza dell’inerzia di una quotidianità odiata ma che è al contempo guscio protettivo, equilibrio fragilissimo da difendere a tutti i costi. È uno stillicidio autodistruttivo, quello di Paolo e Antonio. Una sigaretta alla volta, una bottiglia alla volta, circondati di tempo vuoto e possibilità negate. Pare non poter accadere altrimenti a Camporotondo, nessun paese e tutti i paesi, fotografia di tutte quelle realtà marginali e dimenticate da cui, per quanto ci si sforzi, a volte sembra impossibile scappare. Lo stile diretto e la sintassi essenziale si allineano ai personaggi e parlano la loro lingua, a volte ingenua, sporca, che unisce Paolo e Antonio in una tenerezza fraterna dolce e violenta, ultimo baluardo tra loro e un mondo ostile. Un’opera prima che lo scrittore Fabio Geda ha ritenuto meritevole della candidatura, a pochi mesi dalla sua prima edizione (nel 2020), per il Premio Strega 2021. Che a tratti pare risentire di un certo ‘sovraccarico’ di dramma, per così dire, nel dare corpo ad una disperazione che si fa quasi bestiale, totalizzante, distruttiva. Ma d’altronde il lettore sa, fin dalle prime righe del prologo. Ed è davvero piccola cosa, tutto sommato, che Insolia ben compensa con una scrittura consapevole, controllata, con uno sguardo penetrante sul mondo, in grado di mettere a fuoco la rabbia e lo smarrimento di una generazione di sopravviventi che esiste e che grida per essere vista. Anche, o forse soprattutto, quando sembra non avere più nulla da perdere.