Il giovane soldato Tanagra è seduto nello scompartimento di un treno, quando una vedova alta e formosa, sebbene non più giovanissima, si siede proprio vicino a lui, pur essendoci parecchi altri posti liberi. Tanagra, rilassando i muscoli contratti, sfiora involontariamente la gamba della donna. Inutile cercare di cogliere la reazione di lei al contatto, infatti il volto è parzialmente coperto dal velo nero e lo sguardo è impassibile. Tanagra si fa un po’ più intraprendente, facendo scivolare il proprio polpaccio lungo il suo e poi sollevando la mano fino alla tasca, ma la vedova resta misteriosamente immobile: sta dormendo? Apprezza queste dissimulate carezze? Oppure è indignata e sta per avventarsi contro di lui? Tanagra, approfittando di una galleria, si fa timidamente più audace... I due nuovi inquilini della casetta Laureri non sanno nulla delle formiche, quando arrivano nella loro nuova dimora. Sì, forse lo zio Augusto aveva detto qualcosa, ma senza dar peso, mentre si parlava d’altro, al contrario la descrizione che faceva del paese dove i due coniugi avrebbero iniziato la loro nuova vita era quanto mai allettante. E in effetti, appena arrivati, marito e moglie apprezzano l’aria e la campagna e poi tutti qui sembrano conoscere zio Augusto. Però per loro la vita sarà dura: non sono più giovanissimi, il bambino è appena guarito e il lavoro per ora non c’è. Dopo le raccomandazioni della signora Mauri, la padrona di casa, i due sposi escono a fare due passi e incontrano i loro vicini, intenti a usare uno strano soffietto: serve per le formiche, dicono. Rincasati, si apprestano ad andare a dormire, quando la moglie, accostatasi al lavandino per prendere un bicchiere d’acqua, si accorge della lunga fila di formiche che camminano lungo il muro, minuscole e impalpabili: sono le famose formiche argentine. Ma le formiche non sono solo lì: sono sulle pareti della camera da letto, sono nella borsa della spesa, sono nel latte della colazione, sono nella culla del bambino. Come fare per liberarsene?...

L’antologia, composta tra il 1949 e il 1959 (tranne L’avventura di un automobilista, che risale al 1967), è piuttosto eterogenea, infatti è divisa in due parti: Gli amori difficili, costituita da tredici racconti (“avventure”) e La vita difficile, che comprende tre racconti lunghi: La formica argentina, La speculazione edilizia e La nuvola di smog. Calvino alla prima edizione della raccolta premise una nota introduttiva, in cui scriveva: “Se queste sono, per la più parte, storie di come una coppia non s’incontra, nel loro non incontrarsi l’autore sembra fare consistere non solo una ragione di disperazione ma pure un elemento fondamentale - se non addirittura l’essenza stessa - del rapporto amoroso”. L’amore in questi racconti non è mai descritto come pienezza gratificante e completamento reciproco: con linguaggio terso e cristallino Calvino ci porta dove la comunicazione è equivoca e l’altro resta impenetrabile; dove un momento d’amore forse c’è stato, ma è già passato e se il ricordo fresco delle sensazioni provate offre alcuni momenti di ebbrezza, dopo poche ore sta già svanendo; dove, leopardianamente, l’amore è vissuto nell’ attesa, ma si compie ed esaurisce tutto nell’ attesa stessa, perché quando inizia a diventare reale è già delusione; ci accompagna dove all’amore è preferita la solitudine dell’ attività intellettuale; dove ci sono i più curiosi ostacoli fisici e logistici all’ incontro tra gli amanti; dove il contatto desiderato -peraltro impossibile- è solo un messaggio astratto, privo di sguardi, parole, abbracci... Insomma, per Calvino, l’amore è un non-incontro per definizione. Come non pensare all’affermazione paradossale di Lacan, che, estremizzando, arrivò a dichiarare addirittura che il rapporto sessuale non esiste (Seminario II, libro XX), essendo il godimento qualcosa di puramente individuale e non condivisibile? Siamo mancanza incolmabile e destinati ad essere incompleti, dicono i due autori all’ unisono, e al fondo dei nostri tentativi di comunicazione c’è il silenzio. Nella seconda parte della raccolta Calvino sposta il focus sulle difficoltà della vita, sul male di vivere, che prende corpo in diverse metafore (l’invasione delle formiche, l’inquinamento), con la rappresentazione di un disagio che da comico diventa incubo ed assume accenti quasi leopardiani: al male non si trova scampo e la vera solidarietà è molto rara. Ma non è giusto considerare solo metaforica questa produzione di un filone, quello degli anni Cinquanta, definito in genere, e non a caso, realistico. Soprattutto ne La speculazione edilizia e ne La nuvola di smog Calvino mostra di avere a cuore i problemi della civiltà industriale, come nello stesso periodo succedeva nel fiabesco Marcovaldo. Ce lo dimostra anche il suo celebre intervento nel dibattito di Vittorini sul numero 4 del “Menabò”, in cui affermava che la letteratura non può rappresentare solo l’assenza di vie d’uscita dal labirinto del mondo moderno e della civiltà industriale, ma deve anche diventare “una sfida al labirinto”. Ed è forse per questo che ci regala nella chiusura di tutta l’opera una bellissima scena di luminoso candore, che è anche, magari, nonostante tutto, un messaggio di speranza.