In aprile nel territorio degli Osage, in Oklahoma, milioni di fiorellini, violette, portulache e genzianelle punteggiano le colline. Nel mese di maggio, quando i coyote ululano alla luna minacciosamente grande, altre piante più alte cominciano a sovrastare i fiori più piccoli che, senza acqua e luce, vengono sepolti sottoterra. Per questo i nativi parlano del mese di maggio come del periodo della “luna che uccide i fiorellini”. Mollie Burkhart vive nell’insediamento Osage di Gray Horse, in Oklahoma. È il 24 maggio 1921 quando comincia a temere per la sorte di una delle sue sorelle, la trentaquattrenne Anna Brown, scomparsa da tre giorni. Di solito, dopo una serata passata a bere e ballare con gli amici, ricompare sui gradini della casa di Mollie. Ma non questa volta. Tre anni prima, hanno già perso la sorella Minnie, la cui morte, giunta in modo rapido quanto scioccante a ventisette anni, è stata attribuita a una “rara malattia debilitante”. Come i genitori, Mollie e le sue sorelle sono iscritte nel “registro degli osage” in qualità di membri riconosciuti della tribù. Questo significa anche possedere una fortuna. Nei primi anni Settanta dell’Ottocento infatti gli osage sono stati costretti a spostarsi dal loro territorio nel Kansas in una riserva rocciosa e presumibilmente priva di valore nel nord-est dell’Oklahoma, per scoprire, decenni dopo, che questa terra cela uno dei più grandi giacimenti petroliferi degli Stati Uniti: l’estrazione del petrolio ha fatto aumentare il valore delle concessioni e delle royalties pagate agli osage, così da essere considerati — smentendo la tipica immagine dei nativi americani — la popolazione con il reddito procapite più alto del mondo. Mollie, che è sposata con un bianco, ha due figli — Elizabeth di due anni e James di due mesi —e si occupa dell’anziana madre Lizzie, è stata una delle ultime persone a vedere Anna prima della sua scomparsa e dopo tre giorni senza notizie della sorella, costringe tutti ad agire: quando la notizia raggiunge le cittadine vicine, la preoccupazione cresce per via di un altro osage, Charles Whitehorn, sparito la settimana prima. Qualche giorno dopo, un cadavere in decomposizione con due fori in mezzo agli occhi, viene identificato solo attraverso una missiva indirizzata proprio a Charles Whitehorn. Più o meno nello stesso momento, sulla riva muschiosa di un torrente, viene ritrovato il corpo, gonfio e maleodorante, di una donna indiana che i vermi stanno già divorando. Nessuno è in grado di stabilire chi sia la vittima, così Mollie, giunta al torrente alla testa di un triste corteo, riconosce non il volto — di cui praticamente non rimane più nulla —, ma la coperta indiana e gli abiti che lei stessa aveva lavato: le sue labbra formano silenziosamente la parola “sì”, è Anna. Senza scomporsi, si allontana con il marito lasciando dietro di sé i primi oscuri segnali di qualcosa che minaccia di distruggere non solo la sua famiglia, ma tutta la sua tribù...

Due mesi dopo il ritrovamento del corpo di Anna, sua madre Lizzie morì a causa della stessa malattia debilitante non ben identificata che aveva colpito l’altra figlia, Minnie. Quando anche un'altra sorella morì in circostanze sospette, Mollie rimase l’unica superstite della sua famiglia. Intanto, altri osage trovarono la morte — chi per colpi da arma da fuoco, altri avvelenati o drogati e gettati da una rampa di scale —, ma nessuno si occupò seriamente di questi omicidi, che rimasero a lungo irrisolti. Negli anni ’20, infatti, le forze dell'ordine negli Stati Uniti erano gestite da sceriffi, investigatori privati e “vigilantes”, spesso con scarsi mezzi a disposizione e poco motivati: lo sceriffo della contea di Osage non aveva fatto nulla per scoprire chi stava uccidendo gli indiani, quindi la tribù chiese a Barney McBride, un petroliere bianco di cui si fidavano, di insistere affinché il governo federale intervenisse, ma il suo corpo venne ritrovato con venti pugnalate. Quando il numero delle vittime salì tanto da essere notato a livello nazionale, l’intervento dell’FBI, l’agenzia creata da Theodore Roosevelt nel 1908, fu risolutivo per spiegare la morte dei membri della famiglia di Mollie. Il governo federale, apparentemente preoccupato per l’incapacità degli indiani osage nel gestire i loro guadagni, aveva affiancato degli amministratori a coloro che erano considerati “incompetenti” — ovvero gli indiani purosangue —, mentre a quelli di sangue misto era consentito controllare autonomamente le proprie ricchezze. Fu così che gli osage erano diventati facili bersagli di furti, concussioni, matrimoni combinati, corruzione e sfruttamento: i diritti di proprietà dei giacimenti petroliferi, infatti, potevano essere esclusivamente ereditati. L’arresto dei tre uomini bianchi ritenuti colpevoli dei delitti rappresentò un grande successo per l’FBI e permise al suo direttore, J. Edgar Hoover, di dimostrare all’intero paese la necessità di una forza di polizia nazionale. Un successo che però ridimensionò la portata degli omicidi: il vero bilancio delle vittime potrebbe essere infatti nell’ordine delle centinaia. Il libro di David Grann è il meticoloso e approfondito resoconto di questa cospirazione ordita contro la popolazione indiana: la trama è arricchita da documenti tratti non solo da diari, quotidiani dell’epoca, deposizioni e registri, ma anche dall’archivio dell’FBI, testimonianze segrete, dichiarazioni degli informatori, atti del consiglio tribale degli osage, racconti orali e interviste con i familiari delle vittime. Il testo, che si presenta come un thriller ben costruito, dove non mancano colpi di scena, soprattutto quando viene rivelata la mente che si nasconde dietro gli omicidi, è corredato da una serie di fotografie che completano efficacemente la narrazione di questo episodio fra i più oscuri e dimenticati della storia degli Stati Uniti. Nel 2023 Martin Scorsese ha tratto dal libro il film Killers of the Flower Moon, con protagonisti Leonardo DiCaprio, Robert De Niro, Lily Gladstone e Jesse Plemons.