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Gli invisibili

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Nell’isola dove abitano i Barrøy ci sono solo loro, da generazioni. È la “loro” isola, separata da parecchie braccia di mare dalla terraferma. Come famiglia hanno imparato a servirsi di tutto quello che la terra e il mare circostante offrono loro, in una simbiosi perfetta con la natura che a volte regala anche cose del tutto inaspettate come un enorme tronco di un larice siberiano. E siccome in un’isola tutto quello che il mare porta a riva diventa di proprietà di chi ci abita, la famiglia Barrøy nel tempo ha trovato le pietre che servivano per fare i muretti dei vari giardini adiacenti le abitazioni, pesci, pezzi di nave, bottiglie con messaggi in lingue sconosciute, e ora anche quel meraviglioso e incredibile tronco da resina. È così che i Barrøy con il capostipite Martin, sua figlia Barbro, suo figlio Hans, la moglie di lui e la piccola Ingrid di tre anni vivono le loro giornate, circondati da una natura ancora bella e selvaggia. Anche se il Ventesimo secolo è nel pieno della sua corsa, loro non sembrano essere toccati da nulla che non sia la loro terra e il loro piccolo mondo. Ingrid è stata battezzata a tre anni, Hans prende la piccola imbarcazione per arrivare allo Stabilimento della terra ferma solo se è proprio necessario e il resto della famiglia esce dall’isola così di rado che quelli della terra ferma considerano le loro sparute visite un vero evento. Eppure, qualcosa sta cambiando. Il richiamo dell’altrove di un mondo che può arrivare ai Barrøy e magari essere raggiunto da loro più facilmente diventa sempre più forte e la bambina selvaggia e sventata che a tre anni sapeva già nuotare e remare è la prima a comprendere che quella bellezza selvaggia e isolata probabilmente sta per scomparire per sempre…

Innamorarsi di una scrittura. Più che di una storia, di una trama, di una ambientazione o dei personaggi. Mi è successo con Cesare Pavese e con Dino Buzzati. E ora mi è successo con Jacobsen. Come descrivere lo stile e il linguaggio di uno dei più grandi e apprezzati scrittori contemporanei? È come ascoltare Liszt eseguito da Fabio Martino, come guardare la scena della pioggia in Rapsodia in agosto di Kurosawa, come ammirare la Crocifissione di Van Dyck nella cattedrale di Gand o ascoltare Edoardo De Filippo nel monologo di Questi fantasmi. È il concetto dell’opera d’arte totale di Wagner in cui la scrittura deve trascendere sé stessa e diventare la summa di tutte le altre forme artistiche e soprattutto deve diventare “magistra vitae”. Leggere Jacobsen insegna a leggere e insegna a scrivere. Insegna, appunto, a vivere. Gli invisibili è una prova di raffinatezza superiore, di scrittura colta, di parole che sono musica perché nessuna di esse è messa a caso, ma tutte per creare l’armonia d’insieme. Le descrizioni si inseriscono in quel principio anglosassone giustissimo del “less is more”, in quel processo di sottrazione che strizza l’occhio al Verismo italiano più colto in cui i dialoghi sono ridotti all’osso e le percezioni del racconto ti arrivano, all’incontrario, dritte in faccia. Una scrittura “antica” per narrare un mondo che scompare, eppure contemporanea più che mai nella sua cristallizzata classicità. Certo poi ci sono pure una storia e dei personaggi costruiti con grande maestria, ma proprio come succedeva con La luna e i falò o con Il deserto dei tartari incredibilmente quelli finiscono per sembrare dettagli. Jacobsen è la dimostrazione vivente che letteratura nordica, al di là della più famosa narrativa di genere, è qualcosa che i lettori italiani devono proprio scoprire.

LEGGI L’INTERVISTA A ROY JACOBSEN