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Gli occhi dell’assassino

Gli occhi dell’assassino

Fine estate del 1995, Svezia. Il professor Leon Berger è un uomo distrutto: ha da qualche mese perso sia la moglie che la figlia Judith in un naufragio al largo dei mari vicini a Zanzibar e non sa più che fare della sua vita. Un giorno, però, grazie al consiglio della vecchia compagna di università Ludmilla Kovacs, decide di partire per la città di K., nel Norrland, molto lontano dalla capitale, per sostituire come insegnante di svedese e storia Eugen Kallmann, l’ex professore morto in circostanze misteriose nel maggio precedente. Appena arrivato alla Bergtunaskolan, Leon incappa nei diari di Kallmann e inizia a incuriosirsi sulla vita e le vicende che hanno portato alla morte quest’uomo: Kallman nelle sue memorie scrive che ha ucciso la madre adultera quando aveva solo undici anni e perciò è stato costretto ad andarsene da K. e a cambiare nome. Oltre a questo scrive che ha la capacità di leggere negli occhi delle persone la loro anima e scoprire se sono degli assassini come lui. Ovviamente, Kallmann era sulle tracce di un assassino che però nessuno riesce a capire chi sia in quanto il vecchio professore lo denomina solo con l’iniziale del nome, una V. Leon, sempre più incuriosito, decide di mettere su una sorta di squadra investigativa con Ludmilla Kovacs e Igor Masslind, l’insegnante di matematica...

Suspence, colpi di scena, un plot sì intricato ma sensato, credibile, che susciti curiosità nel lettore: ecco i segreti per un buon giallo. Tutto questo ne Gli occhi dell’assassino però manca completamente. La trama, tratteggiata attraverso mille voci diverse che si alternano ad ogni capitolo per raccontare i fatti tramite quelle che sembrano pagine di diario, si trascina stancamente. Il professor Kallmann legge negli occhi degli assassini: non si sa se sia stato ucciso, ma era sulle tracce di un’omicida. Man mano che le pagine vanno avanti, non ci sono colpi di scena degni di questo nome oppure novità nelle ricerche e nelle investigazioni né dal gruppetto di professori né da parte della polizia, che se ne va sconsolata dopo mesi di indagini nella città di K. e bisogna aspettare proprio le ultimissime pagine per dipanare la matassa e capirci qualcosa. Non sarebbe necessariamente un male, anzi potrebbe essere una qualità del romanzo di Håkan Nesser, ma a fine lettura rimane la sensazione che non ci fosse nessun bisogno di dedicare quasi 500 pagine a una serie di eventi così diversi tra loro, sottotrame prive di collegamento che, alla fine, vengono tutte trascurate. Il finale, poi, è quanto mai sbrigativo: sembra che si trovi la soluzione delle mille domande poste quasi per magia. Lo stile è abbastanza fluido, certo, e il libro si fa leggere anche se la presenza di micro-eventi e micro- riferimenti quotidiani della vita dei protagonisti senza che venga mai posto al centro il mistero rendono davvero poco piacevole la lettura.