Tayatitaawa nella lingua Hopi significa Colei-che-saluta-il-Sole-ridendo: quando è nata non ha emesso un vagito ma un suono simile a una risata, forse perché “dopo il periodo rituale in cui ero rimasta al buio, ancora in contatto con il mondo di sotto, è probabile che fossi semplicemente felice di scoprire infine la luce del Quarto Mondo”. Il clan della Farfalla, a cui apparteneva, “era gioioso e affiatato” e tutti vivevano vicini, “in piccole case di pietra e argilla” a Oraibi, un altopiano dell’Arizona. La madre era ospitale e generosa “sempre allegra e dinamica” il padre invece ombroso, silenzioso, irascibile e solitario, spariva per giorni e poi tornava come se niente fosse, senza dare spiegazioni. Tayatitaawa cresce passeggiando per le mesas e affrontando tutti i cambiamenti dell’età e delle stagioni, con i vari riti di passaggio: Wuwuchim, la cerimonia del Fuoco nuovo (al Solstizio d’inverno) quando i sacerdoti del kiva del Corno si preparavano a riaccendere il fuoco, passando di casa in casa con una torcia per accendere la rispettiva di ogni famiglia; dopo il Fuoco nuovo era la volta del Soyal (il ritorno del sole) quando dai monti San Francisco scendevano i vari kachinas , gli spiriti; a febbraio iniziavano le cerimonie Powamu per la crescita delle piante e del popolo. Al padre di Tayatiwaa veniva riconosciuto da tutti un ruolo importante nelle varie cerimonie e in generale nella società di Oraibi: il suo modo di essere era coerente con la sua idea “che nell’esistenza c’è un tempo per agire in comune e un tempo per farsi la propria esperienza personale del mondo. Contemplare gli animali, le piante, le rocce fino a comprenderne l’essenza era per lui un dovere importante almeno quanto quello di onorare gli spiriti. Le volte che portava la figlia con sé, nelle sue passeggiate le insegnava a riconoscere le tracce degli animali, le raccontava per ognuno le abitudini, il carattere e “a non temerne nessuno e a non fare mai niente che potesse disturbarli. Perché gli animali rappresentano degli spiriti sacri e benefici per il nostro popolo, ma anche perché, semplicemente, bisognava rispettare la loro tranquillità”. Quando il padre muore, per quello che oggi chiameremo un carcinoma polmonare, Tayatitaawa perde un fondamentale punto di riferimento che le causerà un profondo stravolgimento interiore…

Bérengère Cournut, scrittrice francese, pubblica Néè contente à Oraibi nel (tradotto poi da Neri Pozza col titolo de Gli spiriti dell’Altopiano) nel 2017, a cui fa seguito, due anni dopo, De pierre et d’os, edito sempre da Neri Pozza nel 2021 col titolo originale, Di Pietra e d’osso. Se nel primo si racconta della tribù degli Hopi, il secondo è incentrato sulla vita di una donna Inuit. Il romanzo in questione non è cronologicamente situabile in un tempo preciso, non vengono in aiuto date o riferimenti storici che possano definire un periodo storico. L’unico dato che emerge è che per spostarsi, gli abitanti di Oraibi viaggiano a piedi o a bordo di un carretto trainato da un cavallo. Ma se il tempo è evanescente, lo spazio al contrario è riccamente descritto, frutto anche della permanenza della scrittrice nelle mesas dell’Arizona. Per valutare l’opera è necessario suddividerla in almeno due parti: la prima si riferisce alla crescita di Tiyatitaawa, alle sue esperienze, ed è la parte narrativamente più noiosa (tante, troppe pagine dettagliate che si dilungano) se si escludono le informazioni antropologiche sulle varie cerimonie che si susseguono attraverso le stagioni, sulla mitologia hopi e sul rapporto primordiale con la natura; peccato perché una descrizione più snella avrebbe giovato proprio per i riferimenti culturali, sempre affascinanti. La seconda, la più interessante, riguarda la “malattia” della ragazza, quel terribile mal di schiena invalidante a cui cerca di porre rimedio rivolgendosi al suo padrino dell’Orso Nero, guaritore delle ossa, secondo il quale l’ostacolo alla sua guarigione e la causa dei terribili dolori dipendono dalla volontà vertebrale, da qualcosa cioè che risiede nel suo paesaggio interiore. Per cercare un rimedio la sottopone a una serie di sedute a base di canti, preghiere e erbe bruciate che le causano una sorta di torpore durante il quale sogna un uomo che cammina sempre verso ovest e di cui non riesce a distinguere i lineamenti. Da questo particolare il padrino intuisce si tratti di Màasaw, dio degli inferi. L’unica soluzione è causare alla figlioccia un torpore molto prolungato in cui possa sognare di seguire lo spirito negli inferi per comprendere l’origine del suo trauma. Questa discesa agli inferi, nel suo personale inferno, è un discreto page-turner.