Anna vive in un mondo tornato al Medioevo, senza più scienza, medicina, tecnologia, civiltà, cultura, memoria. Sin da piccola ha sentito gli adulti alludere con nostalgia al mondo com’era «prima che arrivassero gli uccelli». Un mondo incredibilmente diverso da quello di adesso. Un mondo pieno di città, palazzi, strade, rumore, persone vestite con abiti complicati che si muovevano a bordo di macchine. «Da dove eravamo venuti tutti quanti? Il mondo ovunque era uguale a come lo vedevo qui: alberi, campi, montagne e fiumi gelidi? Come erano mio padre e mia madre da giovani? E soprattutto, che cos’erano quegli uccelli che, a quanto pareva, avevano cambiato tanto profondamente il nostro modo di vivere?». Il padre e i fratelli si rifiutano di rispondere alle domande di Anna. È una storia troppo lunga e complicata, le dicono. Passano gli anni. Anna ha tre figli. Sua madre muore, suo padre invecchia. Ormai ha ottantacinque anni, e la morte si avvicina anche per lui. Di nuovo Anna gli chiede «Raccontami degli uccelli», e stavolta lui acconsente. Ma la avverte, sarà una lunga storia ed è bene che lei la scriva, per tramandarla. L’uomo inizia rievocando il tempo in cui era un giovane impiegato di assicurazioni marittime in una grande città che si chiamava Londra. Ogni giorno viaggiava andata e ritorno dal centro finanziario, percorrendo i sotterranei della metropolitana insieme a migliaia di altre persone dai volti spenti e appesantiti da tristezza, stanchezza e orgoglio. In quel mondo dominato da un’ossessiva brama di possesso materiale, gli esseri umani vivevano in una rivalità continua tra chi aveva molto e chi aveva poco. Le nazioni, gravate da reciproci sospetti, mantenevano grandi eserciti finanziati dalle tasse dei poveri, mentre fabbriche di proprietà di pochi ricchi producevano macchine da guerra che quegli stessi proprietari non esitavano a vendere anche ai paesi nemici. Ma un giorno questa situazione iniziò a cambiare. In quel giorno apparentemente qualsiasi dell’anno 1935, tutto cominciò a crollare… In quel torrido giorno d’agosto, dopo settimane di siccità senza precedenti, il giovane impiegato si è portato il pranzo (pane, formaggio e un po’ di frutta) sul tetto dell’edificio in cui lavora, cercando un momento di respiro e silenzio, lontano dai colleghi dell’ufficio. Dall’alto contempla la bellezza della città — cupole, guglie, tetti e monumenti che ondeggiano nel calore estivo — e tiene lo sguardo fisso sul Tamigi. A un certo punto nota una piccola nuvola scura che si muove nell’aria sopra un barcone sul fiume e che, avvicinandosi, cresce rapidamente di dimensioni. Anche altre persone sul tetto di un edificio di fronte la notano e la indicano. In strada, il traffico si blocca, i passanti si sporgono dai finestrini degli autobus, persino un vigile urbano smette di dirigere la circolazione e resta a bocca aperta a guardare il cielo. Ciò che sembrava una nuvola si rivela essere un enorme stormo di piccoli uccelli variopinti che volteggiano in cerchio sopra la città come alla ricerca di un posto dove posarsi. Con un movimento simultaneo e improvviso, come ubbidendo a un comando invisibile, gli uccelli scendono e si posano nella grande piazza del Royal Exchange, nel cuore della City. Il ragazzo scende dal tetto e si unisce alla folla che si è radunata attorno alla piazza. Il Royal Exchange è un edificio in stile neoclassico, con un colonnato annerito e una scalinata rialzata, affiancato da due strade — Cornhill e Threadneedle Street: su quest’ultima si affaccia la celebre Banca d’Inghilterra, il cui ruolo è quello di custodire le riserve auree su cui si fonda il commercio nazionale e internazionale. A completare quella triade di templi della finanza c’è anche la Mansion House, sede del Lord Mayor di Londra, il capo dei mercanti del regno, uno dei suoi dignitari più potenti. Avvicinatosi alla prima fila della folla, trattenuta da una catena di poliziotti in difficoltà, il giovane impiegato può finalmente osservare gli uccelli da vicino. Sono circa delle dimensioni di uno storno, di un colore ambiguo tra il verde giada scuro e il blu o il viola a seconda della luce. Hanno una gorgiera di piume attorno al collo. Il becco è ricurvo come quello di un pappagallo e gli occhi piccoli e vivaci trasmettono un’espressione curiosa e impertinente. Le piume della coda sono invece arruffate, così che visti di spalle appaiono opachi e insignificanti, mentre di fronte sono vivaci e colorati. La cosa più sorprendente è il loro comportamento: disposti in fitte file sulle scalinate, fissano la folla con un’intensità quasi critica, come se fossero loro a studiare gli esseri umani e non il contrario. Non mostrano né aggressività né paura. Tra la folla emerge una vecchietta con un sacchetto di carta in mano, che si fa largo a fatica verso la prima fila sostenendo che gli uccelli hanno semplicemente fame e che basta dare loro qualche granello di seme. La donna lancia una manciata di semi in mezzo allo stormo. Gli uccelli non prestano la minima attenzione al cibo. La folla ride. Poi, improvvisamente, mentre l’orologio del Royal Exchange batte le due e mezza, uno degli uccelli si stacca dallo stormo e vola basso direttamente verso la vecchietta. Lei urla terrorizzata e comincia a farsi strada a spallate tra la folla nel tentativo di fuggire, perdendo il cappello senza nemmeno accorgersene. Il panico si diffonde: alcune ragazze ridono istericamente, la calca si fa pericolosa. Anche il giovane impiegato viene trascinato dalla corrente della folla. Poi, tutto d’un tratto, l’intero stormo si alza in volo, oscura nuovamente il sole e lentamente si dissolve nel cielo come fumo, fino a scomparire del tutto. Il ragazzo, mosso dalla curiosità per la sorte della vecchia donna, scende nei labirinti della metropolitana. Lì trova un capannello di persone davanti a una delle cabine telefoniche: la donna, fuggendo terrorizzata dall’uccello, si era rinchiusa nella cabina, ma l’uccello l’aveva seguita dentro. Ne era seguita una feroce lotta — lo dimostrano il vetro rotto, l’ombrello sfondato, la cornetta che dondola, la guida telefonica a brandelli. Quando la tirano fuori, la donna è svenuta. Due uomini la portano via su una barella. L’uccello è scomparso senza lasciare traccia. La vecchia muore quella notte stessa in ospedale, e l’inchiesta stabilisce che il decesso è avvenuto per arresto cardiaco in seguito a un violento shock. Si scopre inoltre che la donna era una maitresse, gestiva un giro di giovani prostitute…

Frank Baker (1908–1983) è uno di quegli scrittori che conoscono in pochi (in Italia fino a oggi, praticamente nessuno sapeva chi fosse - date retta a me, non fidatevi di chi sostiene il contrario), relegato nell’angolo degli autori con scarso successo commerciale o forse troppo eccentrici per essere adottati dal canone mainstream. Attore, musicista e sceneggiatore televisivo oltre che scrittore prolifico, Baker è noto principalmente per il romanzo Miss Hargreaves (1940), ma è proprio questo Gli uccelli — il suo secondo romanzo, che finalmente viene tradotto in italiano — a costituire il caso letterario più intricato e affascinante della sua produzione, e più in generale uno degli intrighi più gustosi dell’editoria britannica del Novecento. Partiamo dalla trama. La Londra dei primi Anni Trenta precipita nell’orrore e nel caos quando enormi stormi di una specie sconosciuta di uccelli simili a pappagalli ma apparentemente dotati di intelligenza cominciano ad assembrarsi in numero sempre maggiore, dapprima osservando gli esseri umani con inquietante intensità, poi attaccandoli con violenza crescente. A volte singoli uccelli lasciano lo stormo e braccano una persona ovunque essa vada, come se percepissero una colpa specifica nell’individuo prescelto. La scena culminante del romanzo si svolge nella cattedrale di Saint Paul, dove gli uccelli sfondano le vetrate con i becchi e si scagliano contro il vescovo, il maestro di coro e i fedeli, in un bagno di sangue che assume inequivocabilmente le dimensioni di un giudizio apocalittico. Ciò che distingue questa storia dai cliché della narrativa catastrofista è la sua dimensione metafisica e simbolica. Baker introduce una spiegazione metaforica per la furia degli uccelli (ammesso che siano davvero uccelli) che porta il romanzo in una direzione totalmente diversa da ciò che i lettori si aspettano da una semplice trama del sottogenere “la Natura si rivolta”: questi uccelli non sono semplicemente creature impazzite, sono il riflesso di qualcosa che si è guastato nell’animo umano, un catalizzatore dell’autodistruzione di una civiltà che ha smarrito il senso del sacro. Sono angeli o diavoli, emissari della trascendenza, giustizieri, moralizzatori, disinfestatori. Uscito nel 1936 e accolto dalla critica tutto sommato positivamente ma con vendite modeste, il romanzo cadde rapidamente nell’oblio, fino a quando nel 1963 l’uscita nei cinema dell’omonimo Gli uccelli di Alfred Hitchcock riportò il libro alla ribalta in modo clamoroso. Hitchcock infatti si trovò sin da subito ad affrontare minacce di possibili azioni legali per plagio da due distinte direzioni: Philip MacDonald, che trovava importanti similitudini tra la sceneggiatura del film e un suo racconto del 1931, I nostri amici pennuti (in Italia uscito soltanto nell’antologia Racconti per le ore piccole); e appunto Frank Baker, che era davvero convinto di essere stato raggirato. Fu già nel 1962, durante la lavorazione del film, che la notizia raggiunse Baker tramite alcuni amici: Hitchcock stava realizzando un film che sembrava assolutamente basato sul suo romanzo. Subito dopo però Baker scoprì l’esistenza dell’omonimo racconto di Daphne du Maurier. La situazione era resa ancora più intricata da un dettaglio biografico di notevole rilievo: Gli uccelli di Baker era stato pubblicato dalla casa editrice londinese di proprietà di Peter Davies, cugino di Daphne du Maurier (era figlio della sorella maggiore del padre di lei, Sylvia). Anche il fratello minore della scrittrice, Nico, lavorava presso la casa editrice. Questa circostanza alimentò le speculazioni di chi riteneva improbabile che du Maurier non fosse venuta a conoscenza del romanzo pubblicato dai propri cugini e non ne avesse plagiato l’idea di base. Baker ne era assolutamente sicuro e scrisse una lettera sia all’editore che alla scrittrice: lui non rispose, lei negò di aver mai letto il suo romanzo. Baker rimase in silenzio fino all’uscita del film, poi spedì un’altra lettera alla du Maurier e a Hitchcock, non ricevendo alcuna risposta. A quel punto si decise a rivolgersi a degli avvocati, che però con su somma sorpresa lo sconsigliarono di fare causa perché le somiglianze tra il suo romanzo e la sceneggiatura del film erano a loro avviso troppo vaghe per potersi configurare come plagio. Attonito e deluso, Baker scrisse ancora a Daphne du Maurier annunciando di voler “fare pace”. Curiosamente, la successiva corrispondenza tra Baker e du Maurier fu tutt’altro che ostile. Lui le inviò una copia del suo libro, con una dedica che recitava: «To Daphne du Maurier / (fellow debtor to Aristophanes) / from Frank Baker». Lei rispose dicendo di aver letto il romanzo di getto, descrivendolo come un dramma psicologico e persino metafisico di grande profondità, aggiungendo che era «di gran lunga più profondo» del suo racconto. L’unico guadagno che tutta la incresciosa faccenda (rileggendo tutti i testi in questione a distanza di decenni i dubbi ci sono eccome) portò al povero Frank Baker fu che in seguito al caso, nel febbraio 1964, la casa editrice Panther produsse una nuova edizione tascabile del romanzo. In prima pagina si poteva leggere: «Scritto molto prima del racconto breve di Daphne du Maurier, questo romanzo tratta un’idea simile: un’epoca futura in cui gli uccelli si vendicano sugli uomini, le donne e persino i bambini. È una sorta di scoperta, un libro dell’orrore originale, emozionante e di stile, dimenticato da troppo tempo». Vale la pena rilevare un’ulteriore ironia della situazione: nel suo memoir autobiografico Prima che me ne vada, pubblicata nel 1969, Baker ammise che il suo romanzo sugli uccelli presenta alcune somiglianze con Il terrore di Arthur Machen, pubblicato nel 1917. L’accusa di plagio, dunque, rischiava di rimbalzare indietro nel tempo, a conferma dell’inestricabile rete di influenze che caratterizza qualsiasi produzione letteraria. Gli uccelli in ogni caso è rimasto fuori catalogo per quasi cinquant’anni, finché nel 2013 Valancourt Books decise di riesumarlo. L’edizione Valancourt - qui riprodotta da Cliquot - è di particolare importanza filologica: il testo di questa edizione definitiva è tratto dalla copia personale del libro appartenuta a Baker, nella quale egli aveva apportato centinaia di modifiche e correzioni mai pubblicate fino a quel momento.