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Goldfinger

Goldfinger

“Scusatemi, ma voi siete Mr. Bond?” – 007 viene avvicinato così all’aeroporto di Miami da un individuo dall’aria familiare. Il soggetto, vestito con l’eleganza noncurante di chi ha tanti soldi da spendere è Junius Du Pont, uno dei giocatori che sedevano al Casinò Royale nella leggendaria partita giocata da Bond contro Le Chiffre in una delle sue prime missioni. Mr. Du Pont arriva subito al sodo e invita Bond al Cabana Club per appurare se un tizio con cui gioca a canasta sia un baro oppure no. 007 ci pensa un attimo ma poi accetta di buon grado, invogliato dalla sincera ospitalità, dalla cucina raffinata e dalla possibilità di mettere ancora una volta a frutto il suo proverbiale fiuto di giocatore. Il presunto baro si chiama Auric Goldfinger, un tipo sicuramente strano, che a una prima occhiata sembra avere grandi disponibilità economiche e una fissazione morbosa per l’oro. Du Pont lamenta che gli abbia soffiato venticinquemila sterline senza battere ciglio nonostante egli sia un giocatore di canasta provetto. Bond viene introdotto a Goldfinger in qualità di imprenditore del settore energetico e amatore del gioco altrui solleticando l’ego del pingue e opulento affarista, il quale ne accetta volentieri la presenza. La prima cosa notata dall’interessato osservatore è che Goldfinger, avendo dichiarato di essere agorafobico, si siede sempre con lo sguardo rivolto all’albergo, dove alloggia in una stanza al primo piano molto vicina al tavolo da gioco. La finestra della sua stanza è aperta e l’intuito suggerisce a Bond che proprio lì dentro risieda la sfacciata fortuna di quel tipo allo stesso tempo pittoresco e inquietante...

Il settimo romanzo della saga di James Bond (1959) prende il nome dal suo antagonista, il magnate dell’oro Auric Goldfinger (nomen omen), personaggio che rappresenta la quintessenza del villain bondiano: megalomane, sfrontato, spietato ma con gusto e con un piano tanto ambizioso quanto delirante. È lui il cuore caldo di questa riuscita avventura di 007 firmata, come di consueto, dall’infaticabile Ian Fleming il quale si vocifera abbia, ancora una volta, preso spunto da alcune vicissitudini personali nel caratterizzare personaggi e situazioni, salvo poi procedere con la sua fervida immaginazione per tessere pregiate architetture immaginifiche. In questo romanzo, Goldfinger ha elaborato un ambiziosissimo piano per svaligiare Fort Knox, la più grande riserva aurea degli Stati Uniti, coinvolgendo i principali gangster americani – tra cui spicca Pussy Galore, mascolina leader di una gang tutta al femminile e dalla sessualità equivoca – e i suoi infaticabili sgherri coreani capitanati dall’indistruttibile e granitico Oddjob. Bond, assieme a Till Masterson, una Bond girl assetata di vendetta, proverà a sventare il folle piano del cattivo di turno in un crescendo di adrenalina e pericoli dai quali si salverà, come sempre, per il rotto della cuffia e rischiando innumerevoli volte la vita per il bene di Sua Maestà e del mondo intero. In quest’opera gli arcinemici del controspionaggio sovietico rimangono sullo sfondo – Goldfinger è “solo” il loro tesoriere – segno che i tempi stanno cambiando e che per Fleming è giunto il momento di percorrere nuove strade introducendo, già dal successivo romanzo Thunderball, la super-organizzazione criminale SPECTRE. Goldfinger, dal quale è stato tratto l’omonimo film con Sean Connery, è come un orologio – d’oro, è il caso di dirlo – per precisione e brillantezza narrativa ed è considerato uno dei migliori lavori dell’autore britannico, il quale, nonostante i forsennati ritmi di lavoro (pubblicava un libro di Bond all’anno), non ha accusato minimamente stanchezza o cali di ispirazione.