Seduto nel silenzio e avvolto nelle tenebre della sua nuova dimora, Gaetano Trevi cerca di percepire anche il più piccolo mutamento nel suo animo. Sono passati mesi da quando lui insieme a Zimzerla e pochi bagagli - giusto quello che gli è rimasto dopo aver sperperato tutto il suo patrimonio in una disastrosa ma animata partita a poker – è giunto al vecchio castello di Malanotte, in Maremma. Da allora, tutto appare come in un sogno. Il vecchio letto a conchiglia, le immense sale del suo palazzo, le statue e i tendaggi, Simona e Alì... tutto sembra ormai appartenere a un “passato radioso che sbiadisce di fronte all’atroce presente di questa casa vuota, inospitale, minata dal tempo e dalla miseria”. Unico barlume di vita, eccetto la sua presenza apatica, è Zimzerla. Ogni mattina Gaetano si sorprende a ritrovarla lì, mentre aggiusta, spolvera, arreda, gratta via la muffa dalle pareti delle sale della Malanotte e cerca di fa diventare quel rudere un po’ più simile a una casa. Perché l’ha presa con sé, Gaetano neanche lo ricorda più. La prima volta che l’ha vista, era una gracile bambina spaurita e deperita intenta a chiedere l’elemosina ai passanti. Quel vederla così vulnerabile aveva smosso la parte peggiore del suo animo, convincendolo a prenderla con sé e affidarla alle sapienti doti di Matelda: suo il compito di far sbocciare quel fiore che poi lui avrebbe deturpato. Ma le cose sono andate diversamente, e quella fanciulla educata a diventare una prostituta è scomparsa, lasciandolo con l’amaro in bocca. Quando però, quella sera di tanti mesi prima, l’ha nuovamente vista fuori dal castello – quasi in attesa - quel vecchio istinto si è nuovamente acceso spingendolo, per la seconda volta, a fare entrare quella donna nella sua vita. Niente lo ha insospettito di quella graziosa bambola ricciuta, neanche la sensazione che lei sapesse ben più altro di quello che lasciava trasparire dai suoi occhi quasi non umani...

È lo stesso autore, Carlo H. De’ Medici, a dare un senso di quello che sarà trattato nel suo libro se già la copertina – una donna nuda con un allusivo paio di corna e occhi felini – lasciasse qualche dubbio nell’incauto lettore. Gomòria è “forte e possente duca del terzo inferno che appare sempre sottoforma di donna. Invocandolo nelle ore di sconforto e miseria, risponde facilmente alla congiurazione, aiutando i disperati nella ricerca di tesori nascosti e insegnando la formula che fa vincere a tutti i giochi”. Protagonista di questa narrazione è Gaetano Trevi di Montegufo: dandy di inizio Novecento, si è conquistato l’amore di molte donne grazie alle sue cospicue donazioni, piuttosto che alla prestanza dei suoi amplessi. Costantemente fiaccato dalla noia, il solo sentimento che ancora è in grado di provare, è la meschinità a ridargli quel brivido vitale che lo spinge innanzi, desideroso di provarlo sempre per più tempo e costringendosi – in un gioco senza fine – a compiere atti sempre più abbietti. A sconvolgere la sua vita, l’incontro fortuito con Zimzerla: giovanissima mendicante che lui accoglie in casa con presupposti tutt’altro che nobili e che alla fine lo accompagnerà in una lenta discesa agli inferi. Scritto nel 1921 e arricchito dalle bellissime illustrazioni dello stesso De Medici, questo romanzo si colloca a metà tra la letteratura gotica e quella esoterica; considerato come un caso limite per il panorama nel quale fu pubblicato la prima volta, Gomòria “può essere letto come un’opera iniziatica, con l’autore che presenta il suo Mistero nella speranza di esercitare sui lettori una specie di rivelazione”. Come nel Faust goethiano, il Male non viene mai esplicitato ma è trasmesso sulla carta attraverso una prosa ampollosa che avvolge il lettore nelle sue spire; un romanzo “quasi biografico, nel tentativo di portare alla luce le paure dell’uomo moderno” che non vengono mai esplicitate, ma la loro allusione costante è in grado – da sola – di trasmetterne il terrore.