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Grand Union - Storie

Grand Union. Storie

Una donna se ne sta seduta sulla spiaggia ghiaiosa di Sopot accanto alla figlia, a guardare il mare. Il figlio maggiore è in una sala giochi là vicino, i gemelli sono in acqua. Sono gli unici a fare il bagno, l’acqua è torbida e fredda. La ragazza non sopporta Sopot e non fa altro che lanciare frecciatine alla madre: per lei non ha davvero senso costruire una località turistica davanti a un mare così sudicio e inospitale. La madre tiene a freno la lingua, per non litigare: veniva a Sopot con sua madre e prima ancora sua madre ci veniva con la propria madre. E comunque anche la ragazza amava il mare di Sopot e tutto il resto quando era piccola, allora non faceva tutte queste critiche acide da adolescente. A quei tempi le piaceva mangiare lo zucchero filato, guidare le automobiline a pile sul lungomare, contare i passi mentre camminava sulla famosa passerella di legno della località balneare. Adesso invece ha deciso di schifare tutto, non solo Sopot: sua madre, i fratelli, il mondo… Darryl e Monica si sono conosciuti al college: erano due delle sole quattro facce nere del campus. Lui non era molto alto, ma aveva “il sedere africano che lei voleva per sé; era compatto e muscoloso dappertutto, uccello adorabile, non troppo esagerato”. Monica sta pensando a lui mentre dà una letta a “Metro” tra la fermata di Darryl – che non vede da venticinque anni – e la sua. Legge una notizia e riflette sul fatto che dalla sua scuola sono usciti un calciatore della nazionale inglese e due popstar, da quella di Darryl “questo pazzo ghignante che ha appena decapitato una persona in Iraq”. D’altra parte però il primissimo ragazzo che Monica ha baciato negli anni successivi ha ammazzato un tizio a coltellate in un negozio di fish & chips. La donna si domanda oziosamente come sarebbe stata la sua vita se avesse sposato Darryl o magari il ragazzo assassino, o nessuno. Probabilmente anche suo marito ha “la propria tediosa mappa di strade non percorse”…

Prima antologia di racconti per Zadie Smith, la scrittrice britannica divenuta celebre per i suoi personaggi eccentrici, l’umorismo sagace e i dialoghi incalzanti con i quali parla in modo innovativo e raffinato di temi come le tensioni razziali, la società contemporanea o l’identità culturale. Dei diciannove racconti contenuti in Grand Union, undici sono inediti e otto invece apparsi in precedenza su diverse riviste letterarie. Alcuni sono lavori più “quadrati” e compiuti (il meraviglioso Il fiume lento su tutti), altri sembrano quasi appunti per un futuro romanzo, bozze, esercizi di stile, divertissement. Tutti però sono là a ricordarci ciò che Zadie Smith è capace di fare al suo meglio. Sul quotidiano britannico “The Guardian”, nella sua recensione del libro, Johanna Thomas-Corr scrive: “Così tante identità, così poco tempo! Nella prima raccolta di racconti di Zadie Smith ci sono molti tentativi, come se lei fosse in ritardo per una festa in maschera ma non riuscisse a decidere quale costume indossare”. Una conferma, del resto, dell’irrequietezza di spirito della scrittrice e del suo approccio non convenzionale alla narrazione, quella che arriva da questa affannosa ricerca di identità: non è altro che un riflesso della sua curiosità intellettuale e della sua paura della stasi, della ruggine, della routine. Cambiare per non morire, intraprendere strade nuove per non perdersi, sperimentare. La Smith ha raccontato in un’intervista quello che ama ripetere spesso agli studenti del suo corso universitario: “La scrittura non è cumulativa. Non è che scrivere libri mi renda un buon scrittore. Non è così che funziona la scrittura. La possibilità di scrivere un brutto libro è sempre presente per tutti, in ogni momento. Si parte da zero ogni volta che si inizia. Purtroppo è così che funziona. È per questo che si può dire dei propri scrittori preferiti: Dio, ho odiato il terzo libro. O Dio, il quinto era orribile, perché è un rischio ogni volta. E le stesse insicurezze e le stesse ansie rimangono. Non ti abbandonano mai. Se lo facessero, forse scrivereste peggio”.