Salta al contenuto principale

Grande terra sommersa

Grande terra sommersa

“Meringa calda e vaniglia”. C’è questo odore nell’aria quando Pietro Stefano Mele si lascia andare nel vuoto. Tentativo ridicolo o drammatico di suicidio. A salvarlo c’è infatti un tavolino del bar sottostante, con paste e quant’altro. Le persone si avvicinano, decise ad aiutarlo, ma qualcuno avverte, una voce tra le tante: “Meglio non muoverlo, altrimenti si rischia di spezzargli la schiena”. Ma cosa può spingere un ragazzino di undici anni a cercare la morte? Risposta: la morte stessa, la morte di sua madre. In una tranquilla giornata di mare, infatti, sua madre lo stava richiamando, quando è scivolata su uno scoglio: ha urtato la testa. Da allora Pietro si domanda se sia stata colpa sua, e anche suo padre arriva al punto di inveirgli contro e accusarlo con durezza della scomparsa della moglie. È dunque necessario per il ragazzo vivere altrove: da nonna Sircana, quello è il posto migliore, a San Leonardo de Siete Fuentes. Nella nuova vita che si profila c’è però un nuovo e strano mistero: la casa azzurra di fronte è quasi sempre chiusa, sprangata e apparentemente vuota, ma è lì che vive la famiglia Campus. Pietro riesce anche a stringere amicizia con i ragazzi, soprattutto con Luca Campus, ma questo non risolve il mistero, anzi le stranezze aumentano giorno dopo giorno, stranezze che lo perseguiteranno nell’arco della sua intera vita...

Alessandro De Roma in questo romanzo parte alla grande, imbastendo una storia e (soprattutto) uno stile che lascia sorpresi. Se la trama infatti è coinvolgente e carica di situazioni emozionanti e anche misteriose, è grazie alle scelte linguistiche che l’autore riesce a costruire un testo interessante. Ci sono molti momenti in cui, con brevissime note sensoriali, lui riesce a descrivere situazioni, profumi e colori nell’arco di pochissime righe; permette così al lettore di immergersi nella bellezza e, perché no, anche nel dolore della sua Sardegna, senza dilungarsi mai in descrizioni eccessive. Tutto è limpido e poetico, e grazie poi alla trama dal ritmo abbastanza alto, si arriva alla svelta a circa due terzi del libro. Nella parte finale, invece, qualcosa si blocca: si perde una parte dell’accuratezza e della perfezione stilistica che si trovava in precedenza, e il testo arranca un po’ sino a un finale che appare abbastanza prevedibile. La vita del protagonista, deliziosamente delineata nella sua gioventù e primissima giovinezza, risulta così meno gradevole negli anni della maggiore età, e pare quasi riassunta. Il romanzo, forse, soffre insomma l’eccessiva lunghezza, ma nonostante questo è da consigliare, poiché appunto per circa 350 pagine (sulle 550 totali) è davvero buono, se non ottimo.