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Grandi speranze

Grandi speranze
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Il piccolo Philip Pirrip, chiamato da tutti Pip per il curioso modo che aveva di pronunciare il proprio nome quando ha iniziato a parlare, si trova al cimitero dove riposano i suoi genitori: “Era la regione paludosa, giù lungo il fiume, situata a circa venti miglia dal mare, seguendo lo snodarsi del fiume”. Assorto in un confortante fantasticare viene sorpreso da un uomo spaventoso, vestito di “grezza tela grigia e un grosso ferro alla gamba”, un forzato evaso da una nave in disarmo adoperata come prigione. Si tratta di Magwitch che, affamato e infreddolito, minaccia Pip affinché gli porti viveri e una lima. Terrorizzato il ragazzino acconsente, con la morte nel cuore si prepara a rubare a casa della sorella che lo ha allevato. In lui si insinuano il senso di colpa e la paura per le minacce del forzato e si fa strada anche il timore per le botte che sua sorella, la signora Gargery, gli infliggerà se lo scopre. Qualunque decisione gli porterà dei guai. È la mattina di Natale e dopo aver sottratto le provviste dalla dispensa e averle consegnate al criminale, Pip rientra in casa pronto ad affrontare le forze dell’ordine che di certo lo attendono per castigarlo, invece trova la sorella e il marito Joe, vittima anch’egli di ingiurie e percosse quotidiane, intenti a preparare il pranzo a cui parteciperanno i consueti ospiti, sempre prodighi di rimproveri e biasimo verso il ragazzino: Mr. Wopsle, il sacrestano, Mr. Hubble, costruttore di carrozze, insieme alla sua consorte, infine Mr. Pumblechook, commerciante di granaglie. Individui degni di stima per la loro posizione sociale, verso i quali Mrs. Gargery mostra l’indole migliore, ospiti zelanti nel darle supporto quando sottolinea il gravoso impegno che si è assunta da quando ha deciso di occuparsi del fratellino e tirarlo su “con le mani”…

In quest’opera scritta da un Dickens maturo e affermato, il protagonista è un orfano infelice e maltrattato che narra in prima persona la propria vita, ricordando al lettore il romanzo di formazione David Copperfield. Gli alti e bassi dell’esistenza strattonano Pip spingendolo verso grandi aspettative, ben lontane da ciò che può concretamente ottenere e caratterizzano un personaggio in balia di speranze e delusioni, carente di affetti e di una guida, mentre la sua pochezza gli è costantemente sbattuta in faccia. La descrizione dei luoghi desolati, le atmosfere spettrali e gotiche delle paludi del Kent - le lugubri marshes -, le figure umane mai piatte o scontate, con le loro manie, i vizi, l’ipocrisia medio borghese, è magistrale, degna del miglior Dickens. Permea il testo un’amarezza di fondo, un disincanto che nel David Copperfield è assente. Pubblicato a episodi settimanali a partire dal 1860 sulla rivista “All the year round”, poi edito in tre volumi l’anno successivo, è tutt’oggi uno dei più grandi capolavori della letteratura vittoriana. Il tono di Pip è disilluso, a tratti nostalgico, ma non mancano slanci umoristici nel raccontare gli eventi dell’infanzia, le fantasticherie della giovinezza nutrite non dalla consapevolezza di particolari meriti ma dall’idealizzare incontri fortuiti, infine la maturità che porta con sé comprensione e una sorta di resa malinconica verso la vita, che spesso conduce alla distruzione di sogni e aspettative, ma anche dalle rovine si può ripartire per ricostruire. Emblematiche le parole dell’amica Estella: “C’è stato un lungo e duro periodo in cui ho tenuto lontano da me il ricordo di quello che avevo buttato via, quando non ne conoscevo affatto il valore.” Gli adattamenti teatrali, musicali e cinematografici dell’opera non si contano, celebre il film del 1998 Paradiso perduto di Cuarón ispirato al romanzo, fino alla recente e originalissima trasposizione Bollywoodiana dal titolo Fitoor.