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Grandi ustionati

Grandi ustionati

Learco Ferrari è ricoverato nel reparto Grandi Ustionati dell’ospedale di Parma. Una notte di un mese e mezzo prima la sua auto è stata travolta da “un’argenta guidata da due albanesi”. Learco è stato salvato da tre sconosciuti pochi secondi prima che l’auto incendiata saltasse in aria “come nei film”. Riceve le visite di amici e parenti, nonché le offerte di contratto di Einaudi e Feltrinelli per il suo nuovo romanzo. Learco è infatti uno scrittore, lusingato dalla critica e adorato dai fan, nonostante parli unicamente di se stesso e sconosca il congiuntivo. O forse proprio per questo…

Pur raccontando di una brutta esperienza ospedaliera, Grandi ustionati non fa leva sul dolore, delegandone la latenza all’immaginazione del lettore (“[…] Hai proprio ragione, gli direi al lettore, è ben strano, questo fatto che invece di parlar dell’ustione mi metto a parlare dell’editoria, gli direi”)­. Grandi ustionati offre piuttosto un susseguirsi di idee brillanti, riflessioni all’acqua di rose e timidi slanci di intellettualismo, dai quali emerge una visione del mondo “carnascialesca”, fatta di risposte non pertinenti, di affetti profondi quanto effimeri, fondamentalmente di caos. Paolo Nori domina uno stile encomiabile, più per la formalizzazione dello stesso che per il risultato in sé, un registro inconfondibile a cavallo tra il naïf e l’atarassico. I suoi periodi sono perfetti, sapientemente pausati da una punteggiatura arbitraria: la ripetizione a fini umoristici, il trionfo dell’anacoluto, i gesti minimi colmi di solitudine, tutto è controllato senza sbavature. Un modo di scrivere “che può diventare un punto di riferimento per tutta una generazione” quello di Learco, ma anche quello di Nori, che non per niente vanta diversi emuli. Nelle sue pagine, poi, si annidano rimandi citazionistici e meta-letterari tra i più alti. Al contempo, il suo lettore deve cedere a un patto, quello di far proprio e di apprezzare un parlato fintamente vero, questo colloquiale trascritto che, del colloquiale, più che la forma, conserva l’assenza di finalità. Sicuramente da leggere, almeno una volta.