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In guerra non andare

In guerra non andare

Giovanni Barbero, il nonno materno di Paolo, nasce nel 1913 in un paese della pianura del cuneese, Tarantasca. Si tratta di un piccolo borgo, fatto di poche case costruite intorno all’incrocio tra due strade che collegano le cittadine dei dintorni. Ai due angoli opposti dell’incrocio centrale, poi, si fronteggiano i due edifici rappresentativi dei principali punti di ritrovo del borgo: l’osteria e la chiesa. L’osteria è gestita dalla famiglia della bisnonna di Paolo ed è lì che Giovanni – da tutti chiamato Giuanin – cresce. In paese, poi, frequenta la scuola elementare, mentre si sposta a Centallo per la sesta classe, obbligatoria a partire dal 1904, quando la legge Orlando innalza l’obbligo scolastico al dodicesimo anno d’età. Fra il 1915 e il 1918 trentacinque taranteschesi chiamati alle armi non rientrano a casa. Lo recita una lapide posta sulla facciata principale del municipio, mentre un’altra lapide ricorda i quattordici dispersi dei primi anni Quaranta. Le lapidi, tuttavia, non danno conto di chi dalla guerra è tornato, ma con il cuore devastato e gli occhi colmi di orrore. Le vittime non sono solo le persone morte. Questo Giuanin lo sa molto bene e si assume il compito di spiegare al nipote come stanno esattamente le cose. Ecco perché non fa altro che ripetergli che in guerra non deve andare, per alcun motivo. Paolo, invece, negli anni in cui frequenta la scuola elementare, il fascino della guerra lo subisce eccome. Colleziona i soldatini dei vari eserciti e, insieme all’amico di banco Giuseppe, trascorre i pomeriggi a disporli e a farli combattere. Non c’è dubbio che se ne renda conto, preso com’è dal verificare pregi e difetti degli Spitfire, ma il nonno è piuttosto infastidito dal passatempo di Paolo. Tuttavia, decide di spiegargli il suo punto di vista sulla guerra e di raccontargli le proprie esperienze personali solo quando il nipote arriva alla scuola media. Desidera, e ci riesce, trasformare la passione del nipote per le armi in vero e proprio disgusto. E comincia raccontando episodi legati al periodo della Resistenza…

Il romanzo di Paolo Calvino – cittadino del mondo, barista, insegnante e autore – è molto interessante. C’è da dire che si tratta di un personaggio che da sempre si racconta attraverso l’esperienza dei viaggi che compie. Spesso, al rientro dai suoi spostamenti, ne racconta gli aspetti salienti nel suo blog, attivo dal 2010. Con questo romanzo, poi, attraverso la voce e le immagini estremamente vivide del nonno, un anziano che ha vissuto la guerra d’Etiopia, esprime la complessità racchiusa in un’affermazione all’apparenza piuttosto semplice come “Tu in guerra non devi andare, per nessuna ragione”. L’epistolario del nonno, poi, arriva dove la sua voce si ferma e mostra al nipote un tempo che ormai non c’è più, ma che racchiude riflessioni e verità quanto mai attuali. E allora viene naturale, per il nipote, intraprendere lo stesso viaggio – fisico e metaforico – dell’avo: attraverso Macallé, l’Amba Alagi, il lago Ascianghi, Addis Abeba e le altre località che le parole e gli scritti del nonno gli hanno presentato, Paolo si interroga sulla vita di entrambi. Il viaggio come ricerca delle fonti e delle informazioni che le lettere e i racconti del nonno non contengono; il viaggio come incontro con culture e stili di vita diversi; il viaggio come percorso comune in cui epoche storiche differenti e spesso all’apparenza lontanissime una dall’altra si confrontano prima e si intrecciano poi. Il viaggio come scoperta di sé, delle proprie radici e del proprio potenziale. Il viaggio come esperienza e, non da ultimo, come monito contro la guerra, qualunque tipo di conflitto, qualsiasi forma di privazione di quel bene così profondo e così fragile che è la libertà.