Salta al contenuto principale

Guida al cinema horror - Dalle origini del genere agli anni Settanta

Guida al cinema horror - Dalle origini del genere agli anni Settanta

Se a definire una pellicola come “horror” è la “capacità di suscitare reazioni emotive forti nel pubblico quali paura, terrore, orrore”, allora L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat (L’Arrivée d’un train en gare de La Ciotat), del 1895, una delle prime pellicole dei fratelli Lumière, che, come da titolo, mostra le immagini del treno che sopraggiunge nella stazione della città della Costa Azzurra, può essere considerato un film horror. Si narra, infatti, che alcuni tra i primi spettatori di quello strano portento di immagini in movimento, vedendosi piombare addosso la locomitiva, fuggirono dalla sala di proiezione, in preda al panico. Il genere di un film, in realtà, non è definito in base alle reazioni che suscita, ma dai suoi “temi portanti”. Da questo punto di vista, la tematica horror può essere rintracciata piuttosto ne Le squelette joyeux, del 1898, sempre dei fratelli Lumière, che mette in scena la danza di uno scheletro che continua a ballare nonostante perda le ossa. Tutti quei primi pionieristici cortometraggi, in realtà, non raccontano storie: sperimentano le possibilità di un nuovo mezzo, mirano a suscitare sorpresa, curiosità. È grazie all’arte di George Méliès, che nel primo decennio del XX secolo, in sequenze di pochi minuti, inizia a giocare con la doppia esposizione, le dissolvenze, l’animazione in stop-motion, anche esplorando motivi horror (ne Le Manoir du Diable del 1896 compaiono e scompaiono in nuvole di fumo pipistrelli, streghe, fantasmi), e, soprattutto, con la nascita dell’industria cinematografica francese e tedesca nei primi anni del Novecento, che inizia la storia del vero e proprio cinema dell’orrore. Un cammino che procede di pari passo con la diffusione delle sale cinematografiche e con l’ampliamento della platea degli spettatori, sempre più eterogenea, che fa del cinema un fenomeno sempre più di massa. Il retroterra culturale tardoromantico e il diffondersi della psicoanalisi segnano, soprattutto in Germania, la diffusione di pellicole che hanno come soggetto l’Unheimlich, il perturbante: il doppelgänger, ad esempio, nelle sue svariate declinazioni (“il doppio, il sosia, il passeggero oscuro, l’ombra l’immagine riflessa, colui che cammina con noi o dietro/dentro di noi, il gemello malvagio”) è al centro della trama de Lo studente di Praga (Der Student von Prag, 1913, diretto dal regista danese Stellan Rye), mentre nel 1917 Richard Oswald porta sullo schermo la prima versione su pellicola del romanzo di Oscar Wilde Il ritratto di Dorian Gray. Passano solo altri due anni e fa il suo esordio dietro la cinepresa Friedrich Wilhelm Murnau. È il 1919 quando dirige Il ragazzo in blu (Der Knabe in Blau), oggi purtroppo perduto. Tre anni dopo, nel 1922, metterà in scena quello che è considerato il suo capolavoro: Nosferatu il vampiro...

Michele Tetro, novarese, saggista, critico cinematografico, Roberto Azzara, nativo di Caltagirone, trapiantato a Pavia, saggista e blogger (https://azz1970.wordpress.com), appassionato soprattutto di fantascienza, Roberto Chiavini, fiorentino, saggista, traduttore, firmano questo viaggio affascinante nel mondo del cinema horror che completa un percorso editorale iniziato nel 2015. Tra gli autori compare anche Stefano di Marino, prolifico saggista, traduttore, scrittore, autore di spy-stories, racconti e romanzi noir, horror, thriller, sceneggiatore di fumetti (“Martin Mystère”), appassionato di arti marziali, scomparso nel 2021, prima della pubblicazione di questo saggio, che gli viene affettuosamente dedicato. Gli autori analizzano con metodo, approfondendo legami e influenze, e descrivono in modo sintetico e appassionato l’evoluzione del cinema horror attraverso rivoluzioni tecnologiche (l’avvento del sonoro, il passaggio dal bianco e nero al colore), mutamenti della società e del pubblico, variazioni dei canoni estetici e artistici: dall’espressionismo dei film tedeschi degli anni Venti del secolo scorso, all’epoca d’oro dei “mostri” targati Universal, interpretati da attori destinati a diventare vere e proprie star (Bela Lugosi e Boris Karloff, indimenticabili nei panni rispettivamente di Dracula e della creatura di Frankenstein), fino ad arrivare alla nascita del “New Horror”, con il declino delle trame basate sui mostri e l’elaborazione di sceneggiature ispirate alla realtà della malvagità umana. Da Le Manoir du Diable (1896), “primo cortometraggio classificabile come horror” firmato da Georges Méliès a La notte dei morti viventi, film indipendente firmato da George Andrew Romero divenuto rapidamente un cult del genere. Dalle prime prove, artigianali e caratterizzate da effetti speciali realizzati con mezzi di fortuna, ai kolossal che hanno dato lustro all’industria cinematografica e sono entrati nell’immaginario comune, passando per film divenuti iconici solo decenni dopo la loro uscita (si pensi a Freaks, di Tod Browning, demolito dalla critica e rigettato dal pubblico all’epoca delle prime proiezioni, poi riscoperto e annoverato tra i cult movie). Nel mezzo, le parabole delle case cinematografiche specializzate, spesso alle prese con censori e codici di regolamentazione dalle maglie spesso strettissime: fucine e incubatrici di talenti artistici (esplicativo il ruolo della Hammer, piccola casa produttrice indipendente britannica nelle cui pellicole troviamo attori di futuro primo calibro, come Ursula Andress, Raquel Welch, Christopher Lee, Bette Davis, Oliver Reed, a cui è dedicato un avvincente capitolo del testo), destinate a soccombere alle ferree logiche del mercato, ai mutamenti del gusto del pubblico, all’esaurimento della vena creativa di sceneggiatori e registi. Di interesse lo spazio occupato nel volume dalla produzione made in Italy: da Inferno, lungometraggio del 1911 firmato da Francesco Bertolini, Giuseppe De Liguoro, Adolfo Padovan, fedele trasposizione della prima cantica della Divina Commedia, ispirata alle famose illustrazioni di Gustave Doré, che per le atmosfere evocate si può considerare il primo esempio di pellicola con tematiche orrorifiche prodotta in Italia, all’affermazione del gotico italiano, grazie soprattutto ai film di Mario Bava, precursore dell’horror di matrice nostrana. Arricchita da un apparato iconografico di rilievo (soprattutto fotogrammi e locandine d’epoca, che faranno la gioia di fans e nostalgici) e da due diversi indici analitici - uno dei film e delle opere letterarie, uno dei nomi-, la Guida al cinema horror - dalle origini del genere agli anni Settanta, si dimostra, per cultori, appassionati del genere, o semplici lettori curiosi, strumento di navigazione essenziale per inserire le pellicole del periodo nella giusta cornice storica, sociale, culturale, e per orientarsi lungo le rotte molteplici del lato più oscuro dell’universo di celluloide.