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Hagar, il nostro capitano

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Hagar si sposa. Lascia la squadra. Si sposa con un uomo che ha l’alito che sa di papaia, a sentire lei. Invece è un vecchio che sposa, un vecchio nemmeno tanto bello! Hagar è un pivot, la più maschia e la più massiccia tra le giocatrici di pallamano della squadra di Magalo. Il matrimonio è tra tre giorni ma ancora Hagar non ha il vestito da sposa. Ha solo un vestito color lillà da fidanzatina, regalo della zia che vive negli Emirati. E non è felice, anzi, ha la stessa espressione triste e dimessa di quando la squadra perde. Sembra proprio che abbia stampata in faccia l’espressione che aveva quando la squadra ha perso contro quelle snob sgallettate della capitale. Come può scegliere tra un uomo e la propria squadra del cuore? E quest’anno dovevamo pure vincere il campionato, pensa Honey tra sé e sé. “Non fare scenate ad Hagar” le dice sua madre, “devi rispettare la sua scelta”. Honey invece pensa che comunque il capitano è diversa dall’Hagar della Bibbia, quella non aveva scelta, la sua amica invece deve trovare la forza di opporsi…

Il breve scritto di Igiaba Scego che richiama (ma solo nel titolo) una vicenda del vecchio Testamento, fa parte di un’ampia collana denominata “Scrittori di Scrittura” e rientra in un progetto elaborato dall’Ufficio di Pastorale della Cultura della Diocesi di Torino con la specifica destinazione agli studenti delle scuole medie e medie superiori e con una collocazione nell’ambito dell’insegnamento scolastico della religione cattolica, al fine di riscrivere le storie bibliche con una diversa sensibilità. Trattandosi comunque di una iniziativa aconfessionale i racconti della collana presentano una dimensione narrativa autonoma. Proprio questa direzione è quella da intraprendere per apprezzare il racconto di Igiaba Scego, che sceglie la Agar biblica e la ridefinisce Hagar per sottolinearne un diverso profilo identitario. Agar difatti è un nome appartenente alla tradizione ebraico-cristiana mentre lo stresso nome con l’acca davanti è da riferire alla tradizione coranica. Ecco dunque che la protagonista del racconto è una giovanissima somala giocatrice di pallamano che si dibatte in un lancinante dilemma contemporaneo: quello di mandare all’aria un matrimonio combinato. La Scego, sensibile a tutte le tematiche del femminismo in Africa, affronta con incisività - sia pur nello spazio limitato delle cinquanta pagine del racconto - la problematicità dell’esser donna nei paesi dominati dalle guerre intestine e dall’integralismo islamico e si pone dal punto di vista di una giovanissima sportiva. Il taglio fresco del racconto e la narrazione in prima persona che la protagonista fa della vicenda fanno sì che il racconto sia adatto, oltre che al pubblico adulto, anche e soprattutto agli adolescenti. Questi ultimi troveranno narrato un autentico spaccato di vita in un luogo dove la libertà non è così a portata di mano come avviene in Europa e dove praticare uno sport costituisce un atto di coraggio.