Salta al contenuto principale

Hana

Hana

Meziríčí, febbraio 1954, quando il morbo è già in agguato nelle viscere della città. Mira non si capacita del perché gli adulti dicano ai bambini di essere ubbidienti e educati e questo sia conveniente per loro. Se fosse una figlia modello il suo nome sarebbe scolpito su una lapide, accanto a quelli dei nonni, che ogni domenica deve andare a trovare, costretta dalla mamma, mentre le sue amiche passeggiano nel parco cittadino. Per lei è una vera tortura. Sua sorella Dagmara aspetta paziente, il suo fratellino Otik è nella carrozzina, mentre la mamma pulisce le lapidi, sistema i fiori e parla con i suoi cari. Fa il bollettino dei fatti accaduti durante la settimana a Meziríčí e Mira non ne vede l’utilità, tanto non possono sentirla. Forse le mancano ancora tanto. Lei lo capirà nell’inverno dei suoi nove anni quando tutta la sua vita cambierà, quando altri nomi si aggiungeranno sulle lapidi, compreso quello della sua mamma. Solo negli ultimi giorni di febbraio la bianca coltre di neve inizia a sciogliersi e il ghiaccio sul fiume a spaccarsi. È un irresistibile invito a farsi una breve traversata su quelle lastre che galleggiano lente verso valle, balzando dall’una all’altra, quando il centro del fiume è sgombro. Con la sua amica Jarmilka hanno pianificato tutto, inventata la scusa di andare con lo slittino, prende cuffia e guanti ed è pronta ad uscire. La mamma è in cucina, sta preparando i dolci per la festa del suo compleanno. Guarda sua figlia con aria interrogativa e le intima di non andare al fiume, ha già capito le sue intenzioni. Sono tanti i “non devi” a cui Mira deve sottostare che alla fine non ci fa più caso. È mai possibile, si domanda, che la sua mamma da giovane non si sia mai concessa qualche giro sulle lastre di ghiaccio?

Hana di Alena Mornštajnová è uno dei libri cechi di maggior successo degli ultimi anni, vincitore del Czech Book Award. Basato su fatti realmente accaduti, è la storia di una famiglia, di un’epoca e della storia della Moravia. Il romanzo è diviso in tre parti: “Io, Mira. 1954-1963”, “Quelli prima di me. 1933-1945” e “Io, Hana. 1942-1963”. Due sono le voci narranti, zia Hana e Mira, in tempi diversi, che si ricongiungeranno alla fine. Mira racconta della sua famiglia iniziando dall’anno tragico in cui lei rimase sola, a nove anni, per un’epidemia di tifo che colpisce la città. Ricostruisce gli anni passati e passa la parola ad Hana, sua zia, una figura nera, che non parlava quai mai e con delle fette di pane sempre in tasca. Sarà lei a narrare il resto della storia. Svela il suo passato, il futuro che avrebbe desiderato, andato in frantumi con la guerra e le persecuzioni contro gli ebrei. L’attenzione di Mornštajnová ai dettagli storici è evidente nell’inclusione di eventi reali come la Notte dei cristalli, l’introduzione della Stella Gialla e il diffuso boicottaggio delle imprese ebraiche. Con due distinte linee temporali, i lettori vengono trasportati tra la fine degli anni Trenta, gli anni Quaranta e Cinquanta di Meziříčí, gli anni della guerra nella città di Terezín e il campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Mentre Mira scopre la verità sulla sua storia familiare, vengono svelate le ragioni del comportamento di sua zia, il suo aspetto denutrito e il tatuaggio sul polso. Come può una donna, invecchiata prima del tempo, con un numero tatuato sul braccio, prendersi cura di una bambina rimasta orfana? Eppure, tra Mira e Hana nasce un sentimento, dopo la diffidenza e il silenzio iniziali. Il senso di colpa le attanaglia entrambe. Mira per essere l’unica sopravvissuta all’epidemia di tifo che ha decimato la sua famiglia e Hana per essere sopravvissuta alla Shoah. La colpa del sopravvissuto è un tema ampiamente trattato dai sopravvissuti stessi che hanno raccontato le loro esperienze per elaborare l’orrore vissuto. Mira e Hana diventano l’una il fulcro della guarigione dell’altra, sebbene il trauma non possa essere cancellato, il tempo e la ricostruzione di legami significativi possono rappresentare i più potenti strumenti di guarigione.