Sicilia, 1957. La notizia dell’assassinio di don Paolo Tasca sveglia di buon’ora l’intero paese volando di bocca in bocca. Occhi ancora assonnati e capelli scarmigliati, chi alla finestra, chi sull’uscio, chi per strada, tutti fanno domande in cerca di dettagli sull’accaduto: Dove? Come? Quando? Chi è stato? Una folla radunata davanti a casa Tasca, per sapere o per confortare la vedova e poi un viavai di carabinieri, su e giù dalla caserma. L’omicidio di don Paolo Tasca, personalità di Delia, ha scosso il paese dalla sua quiete, non abituata a fatti tanto sconvolgenti: certo, qualche vicino accoltellato o qualche moglie uccisa a colpi di zappa o accetta, ma mai scioccanti notizie come quella della morte violenta di un pezzo grosso come don Paolo Tasca! Delia, del resto, è un piccolo paese agricolo dell’entroterra che conta “poche migliaia di anime, cinque chiese, tre bar e un cinema”. La sera si gioca a carte o bigliardo nei bar o nei Circoli. Qualcuno si avventura nei quotidiani, cercando notizie da condividere e ridiscutere, interpretandole diversamente in base al grado di comprensione, senza dimenticare confronti e scontri sulla politica o gli affari. Qualche volta si organizza un tocco, un gioco che tira in ballo numerose bottiglie di birra e di rado anche litigi e coltellate. L’unico locale in cui è possibile vedere donne dietro al bancone è il bar di Turiddru luorbu, miope e occhialuto sin da piccolo, che si è reso conto che le belle figlie dietro al bancone aumentano gli incassi. Il Caffè Garibaldi, invece, è il luogo di incontro di benestanti e galantuomini: professionisti in pensione, proprietari terrieri. È il bar storico di Delia, gestito da don Mario Galizia e aperto da suo nonno Ignazio, e frequentato da Garibaldi in persona prima di mettere in fuga i Barbuna a Càlatifimmini. Don Mario è aiutato da Cicciu, un trentaquatrenne basso, magro, stempiato e sdentato che di anni ne dimostra sessanta, senza vizi tranne il fumo che dopo vent’anni gli ha ormai accorciato il respiro…

Ambientato a Delia, città natale dell’autore, Hanno ammazzato don Paolo Tasca ci regala uno spaccato vibrante della Sicilia rurale degli anni Cinquanta. Sal DiMaria racconta la cultura contadina, il ruolo della donna, i luoghi e i modi di socialità di quegli anni e la mafia, senza intervenire con pensieri o interpretazioni proprie, ma rappresentando i fatti in modo crudo, esattamente così come sono. DiMaria si è trasferito in giovane età negli Stati Uniti e le espressioni utilizzate sono un mix che risalta i suoi due universi complementari: la sicilianità fatta di dialetto e soprannomi e le espressioni italoamericane. Il romanzo è un cosy crime dal plot leggero e un po’ lento, in cui l’indagine – artigianale ça va sans dire – si dipana attraverso chiacchierate e incontri informali, mentre le vicende e le vite o gli aneddoti del passato sono appresi dai racconti dei personaggi radunati nei luoghi di ritrovo, un espediente narrativo spesso (ab)usato che rallenta un po’ la lettura: creare la cornice dei personaggi, del paese e delle vicende attraverso i racconti, i ricordi, la narrazione e i dialoghi, inseriti in altri discorsi riempie le pagine di particolari che distraggono e allontanano dal focus della vicenda, anche se in effetti la contestualizzano. Se la trama è leggera, però, sicuramente non lo è il messaggio veicolato, al contrario denso di contenuti grevi e drammatici: violenza, mafia, pettegolezzi, malelingue, cattiverie, speculazioni, omertà e omicidi d’onore e quella logica mafiosa tipica degli anni Cinquanta, quando ancora non esisteva il diffuso senso di legalità così come lo intendiamo oggi e che isola i mafiosi e i delinquenti, inseriti e amalgamati invece allora nella società comune, dove il rispetto era spostato su aspetti oggi discutibili. Del resto, lo stato ne negava l’esistenza, e dovemmo aspettare Sciascia e il suo Il giorno della civetta nel 1960 perché se ne parlasse apertamente in letteratura. Qualche refuso che si nota qua e là - ma tutto sommato non disturba - e uno stile verace lo rendono più realistico.