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Happy hour

Milano è piena, vitale, produttiva. Il suo simbolo per eccellenza è l’happy hour, il momento dell’aperitivo lungo, il ristoro dalle fatiche di una umanità operosa e pragmatica. Eppure non felice, o non abbastanza. Un’epidemia di suicidi attraversa la città come l’influenza portata da uno starnuto. I notiziari non parlano d’altro. I politici sono inchiodati e fanno grandi proclami: fermeremo questo male. Come se ci fosse una pastiglia magica. Ogni giorno, qualcuno muore di propria mano: in maniera democratica, questo virus sembra non curarsi delle fasce d’età, dell’istruzione, della ricchezza. Non è classista. Eppure osservando bene, come fa il professor Spinoza col suo approccio metodico ai fenomeni, guarda caso agli stranieri non tocca. Devono avere una sorta di immunità di gregge ma rispetto a quale malattia? Per Mara, tenace studentessa di Spinoza, una spiegazione esiste e va cercata ne La Peste di Camus: non sono forse tante e tali le ricorrenze, le coincidenze tra il romanzo francese e l’inquietante situazione di Milano? Il professore dedica, con scarso entusiasmo, le energie residue dagli slanci di Mara ad Aram, seminarista che legge la situazione come il segno di una rivoluzione incipiente nel nome di Dio. Mentre cerca di assorbire gli urti di questi giovani e testardi studenti, il brizzolato professore non può che assistere inerme e impotente all’ennesimo suicidio, proprio nell’università dove insegna, oppure quello di un collega che vola giù dalla terrazza di piazza Duomo, proprio nel bel mezzo dell’happy hour…

Esiste la felicità? Una persona che abbia una casa, un’istruzione, una famiglia e magari una qualche ricchezza, può avere seri motivi di infelicità? Al punto da togliersi la vita? Cosa la rende così vuota da non poter essere sopportata? O, ugualmente, così piena? C’entra Dio, o la sua assenza, in questo male di vivere che si trasforma in sottrarsi alla vita? Il romanzo suscita una valanga di domande, con lo stile piano e amichevole di una chiacchierata durante un aperitivo. Sono poche le risposte, del resto non si tratta di un manuale di filosofia dunque non sarebbero richieste. Però le pagine, scorrevoli, semplici, sottilmente preoccupanti ma sempre con misura, sono piene d’indizi. Il primo forse è da vedere proprio nel nome del protagonista, il filosofo che aveva cercato di coniugare l’approccio scientifico cartesiano a una visione mistica della realtà, alla ricerca di un connubio tra intelletto e intuizione. Poi c’è l’alternanza, nei dialoghi col protagonista, dei due giovani che propongono e sostengono approcci differenti, uno che vede nella fede la risposta metafisica l’altra che cerca, attraverso la letteratura, una chiave più terrena. E poi quel piccolo passaggio che viene ammantato da elemento statistico e ci ricorda che gli stranieri non si ammalano: come a dire, è nella nostra cultura occidentale che qualcosa è andato perso, ed è qui dunque che bisogna impegnarsi per tornare a dare, con Cartesio o con Spinoza, un senso alle nostre esistenze. Per poter finalmente tornare a godere dei nostri happy hour.