Siamo nell’estate del 1913. Stepan si rivolge direttamente a Hélèna, la bellissima moglie di Karamzin, ricordandole parole che forse non sono le prime, ma sono senz’altro le più significative: “Aspettami, domani”. Da quel momento inizia un gioco di speranze, di attese, di sguardi rubati, di piccoli gesti privi di significato per tutti, tranne che per coloro che sanno. L’occasione perfetta si presenta lontano dagli sguardi indiscreti di San Pietroburgo, in un posto che la giovane donna non sopporta, ma che sa creare occasioni imperdibili per amanti novelli. Non frequenti, certo, ma il fascino della campagna russa renderà queste attese ancora più brucianti. Allo stesso tempo, Hélèna potrà dedicarsi alla pittura: le luci e i colori permetteranno alla sua passione di esprimersi in maniera aperta, nascondendo sotto le guise dell’arte il desiderio bruciante che l’anima. Sullo sfondo si muove un universo fatto di servi liberati (ormai da cinquant’anni!) che pure conservano una relazione di subordinazione con i padroni. Inoltre, c’è tutta la nobiltà ormai decadente — se non per beni, sicuramente per età — con contessine anziane e conoscitrici profonde dell’animo umano, giovinetti scaltri e pronti a dedicarsi anima e corpo a quello che appare loro proibito, e tutto il mondo di mercanti, approfittatori e investitori ante litteram. Nel sottobosco pulsa il movimento di una rivoluzione ormai alle porte e, pur nella sua invisibilità, del tutto inarrestabile…

È raro incontrare atti di amore nei confronti della letteratura russa sotto forma di romanzo. Ancora più raro è trovare opere dedicate a questa grande tradizione sotto forma di romanzi d’amore. Nella letteratura russa dell’800 è noto che i nomi non siano mai casuali, ma rispecchino il carattere del personaggio a cui sono associati. Così Raskol’nikov di Delitto e castigo è uno “scismatico” e Bezuchov di Guerra e pace è un “senza orecchie”. Allo stesso modo, qui il marito tradito si chiama addirittura Karamzin, un chiaro riferimento al maestro della letteratura sentimentalista russa, autore de La povera Lisa, classica storia della fanciulla di umili origini sedotta e abbandonata. Lo stile di questo romanzo si inserisce esattamente in quel filone, abbeverandosi a tutta la letteratura dell’Ottocento. Lo si capisce da una serie di piccole spie disseminate ad arte, come il riferimento al duello che costò la vita al poeta russo per eccellenza: Aleksandr Sergeevič Puškin. Oppure come il romanzo incompiuto del protagonista, che sembra evocare i tanti medici-scrittori, da Čechov a Bulgakov, fino a Pasternak. O ancora come il rintoccare dell’ascia al termine della storia, che sembra richiamare quel sinistro schiocco che domina il finale di scena ne Il giardino dei ciliegi. Ancor di più, nel leggerlo si riscontra quel tipo di poesia che forse la stessa Tat’jana dell’Onegin ricercava quando si rifugiava nei libri per sfuggire alla violenza della realtà. Uno dei fattori più interessanti è l’uso della seconda persona narrativa, attraverso la quale il protagonista si rivolge direttamente all’amata con una grande varietà di sentimenti: con affetto, pudore, rimpianto e con tutta quella dolcezza che chi è appassionato di emozioni autentiche ritroverà con grande generosità. L’arrivo della violenza della Storia, sorprendentemente, giunge quasi come una consolazione di fronte alla grandezza dei drammi individuali.