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The hill we climb

thehillweclimb

“Abbiamo sfidato il ventre della bestia”: quante volte abbiamo incontrato la “bestia”? Con varie forme, con diversi nomi, ma che sempre ci proietta nell’ombra, che sempre si intromette tra noi e la luce, tra noi e la vita? A volte la bestia ha dimensioni enormi, come una nazione, a volte è una nazione, guidata da un personaggio pericoloso perché incontrollabile, che rischia di invertire il corso della Storia, che potrebbe “Distruggere il Paese pur di frenare la democrazia / E per poco non ce l’ha fatta”. Però si riesce a scrollarselo di dosso, perché “l’alba è nostra, prima che ce ne accorgiamo”, il sole sorge sempre, anche se lo si dimentica, all’ombra del pericolo, e quindi “in qualche modo riusciamo. / In qualche modo siamo riemersi, testimoni/di una nazione che non è infranta, solo/incompiuta”. Magari “un’esile ragazzina nera, / discendente di schiavi / cresciuta da una madre sola” può essere la voce che reclama e proclama il superamento del tempo critico, la disfatta dell’ombra e che incita a guardare oltre “ciò che si frappone tra noi” e cioè “…ciò che si trova davanti a noi”: non si può guardare al futuro senza accantonare le differenze, con le armi della gentilezza poiché “Di nessuno vogliamo il male, per tutti l’armonia”. questa la base da cui ripartire consci del fatto che “Come potrebbe la catastrofe / avere la meglio su noi?”…

Chi non conosce Amanda Gorman? Chi non si ricorda di quella giovane e minuta ragazza di colore che ha letto una sua poesia all’inaugurazione della presidenza di Joe Biden? Outfit coloratissimo, piglio deciso, mani che volteggiavano nell’aria gelida di Washington D.C.: Garzanti pubblica la poesia recitata quel giorno, in attesa della prima raccolta di Gorman che dovrebbe uscire a breve. Scelta personalmente dalla First Lady dopo averla ascoltata ad un reading al Congresso, è attivista per l’ambiente, l’uguaglianza razziale e la giustizia di genere. È stata la prima poeta a ricevere, nel 2017, il titolo di National Poet Laureate.Sappiamo quanto gli americani siano attenti alle apparenze, quanto conti per loro l’immagine; difatti l’impatto mediatico è stato molto forte, di colpo mezzo mondo si è accorto dell’esistenza di questa poeta così giovane. La domanda che mi sono posta seguendo in diretta la sua performance è stata: la sto vedendo perché è un’ottima poeta, perché la poesia che ha composto per l’occasione è efficace, o perché dopo il destroide Trump, dopo l’omicidio di George Floyd, era necessario dimostrare quanto la presidenza Biden sarebbe stata diversa e cioè inclusiva, lontana dal suprematismo bianco? Hanno partecipato la bianca Lady Gaga (di origini italiane, aggiungo), ha partecipato la latina Jennifer Lopez, mancava la rappresentante dei black and brown ed ecco servita Amanda Gorman con una poesia bruttina, con pochi lampi, molto descrittiva e patriottica (sul filo del nazionalismo stucchevole), ma sicuramente significativa per l’occasione e per il periodo storico, una poesia molto lontana da quelle di importanti poeti contemporanei americani, su tutti Ocean Vuong e Ross Gay (che consiglio di leggere). Tutto il testo è un’unica grande metafora della disastrosa presidenza Trump, che viene definita “catastrofe” (se pensiamo a quanto successo il 6 gennaio, tra le altre nefandezze), “bestia”, “ombra”, e di come gli americani si siano rialzati eleggendo Biden. Suggerisco di leggerla in lingua originale perché “suona”, è ritmica, quasi un rap e allora prende qualche punticino in più.